Grattacielo antico in Africa: il palazzo di 2.800 anni fa che poteva arrivare a 19 piani
Quando si pensa ai primi edifici molto alti della storia, l’attenzione va quasi automaticamente alle grandi civiltà del Mediterraneo e del Vicino Oriente. Una nuova ricerca sposta invece lo sguardo verso gli altopiani dell’Etiopia, dove circa 2.800 anni fa venne costruita una struttura monumentale dalle caratteristiche sorprendenti. Il grattacielo antico in Africa al centro dello studio è il palazzo di Grat Be’al Gibri, nell’antica città di Yeha, nel Tigray settentrionale.
Il dato più curioso emerge dalle simulazioni realizzate da archeologi e ingegneri: il particolare sistema utilizzato per costruire le pareti avrebbe potuto sostenere, almeno dal punto di vista statico, una struttura di almeno 19 piani. Questo, però, non significa che il palazzo raggiungesse realmente quell’altezza. I resti archeologici non permettono di stabilirlo. La scoperta resta comunque significativa, perché rivela quanto fossero sofisticate le tecniche costruttive impiegate nell’Africa nord-orientale durante il primo millennio a.C.
Il palazzo di Yeha che sorprende ancora oggi
Grat Be’al Gibri si trova nell’area archeologica di Yeha, nell’attuale Etiopia settentrionale, un sito inserito nella Lista provvisoria dell’UNESCO.
La sua costruzione viene fatta risalire intorno all’800 a.C., in un periodo nel quale gli edifici monumentali venivano realizzati quasi interamente con materiali disponibili localmente e senza le moderne tecnologie dell’ingegneria strutturale.
Il palazzo aveva una pianta di circa 60 metri per 60 e rappresentava una costruzione di dimensioni eccezionali per l’Africa orientale dell’epoca. Oggi ne rimangono soltanto alcune parti, comprese porzioni delle murature e altri elementi architettonici. La distruzione dell’edificio ha però lasciato molte domande sulla sua configurazione originaria, compresa la sua altezza effettiva.
La ricerca condotta dal Deutsches Archäologisches Institut insieme alla Brandenburgische Technische Universität Cottbus-Senftenberg ha affrontato proprio questo problema attraverso un metodo che mette insieme dati archeologici e analisi ingegneristiche.
Grat Be’al Gibri, una costruzione molto più complessa di quanto sembri
Il palazzo non era una semplice costruzione in pietra. Le indagini hanno individuato un sistema nel quale travi di legno erano inserite orizzontalmente nelle murature in pietrame legate con malta. Gli elementi lignei erano disposti secondo un preciso schema, creando una sorta di rinforzo interno della parete.
Questa tecnica, conosciuta negli studi sull’architettura antica come timber-laced masonry, era utilizzata nell’Africa nord-orientale e nell’Arabia meridionale durante il primo millennio a.C. La sua presenza a Yeha è particolarmente interessante perché consentiva di ottenere pareti con caratteristiche strutturali diverse da quelle di una muratura composta soltanto da pietre e malta.
Gli archeologi hanno inoltre ricostruito diverse fasi della storia dell’edificio. Le datazioni al radiocarbonio indicano una prima fase intorno all’800 a.C., mentre altri campioni di legno provenienti da elementi crollati e inseriti nella struttura indicano successive fasi costruttive e di riparazione tra l’VIII e il VI secolo a.C.
La funzione precisa del complesso è ancora oggetto di studio, ma le sue caratteristiche fanno pensare più a un edificio amministrativo e palaziale che a un semplice tempio. Nei suoi ambienti erano presenti anche spazi destinati alla conservazione di beni, mentre alcuni reperti suggeriscono che determinate stanze potessero avere una funzione religiosa.
Il dato interessante, quindi, non riguarda soltanto l’altezza potenziale. Grat Be’al Gibri testimonia l’esistenza di una cultura architettonica capace di combinare materiali diversi e sfruttarne le proprietà per realizzare una costruzione monumentale.
Come poteva reggere un edificio così alto senza cemento e acciaio?
L’ipotesi di una struttura capace di raggiungere un’altezza paragonabile a quella di un moderno edificio multipiano sorprende soprattutto per i materiali disponibili all’epoca. I costruttori di Yeha non avevano cemento armato, acciaio strutturale o gli strumenti di calcolo utilizzati oggi.
La soluzione era incorporata direttamente nelle pareti. Il legno inserito nella muratura contribuiva a creare un sistema composito, nel quale pietra, materiale legante e travi interagivano tra loro.
Per capire quanto fosse efficace questa tecnica, i ricercatori hanno trasformato i dati archeologici in un modello tridimensionale e hanno sottoposto alcune parti della struttura a simulazioni numeriche, come spiegato nel comunicato della Brandenburgische Technische Universität Cottbus-Senftenberg. L’obiettivo non era immaginare liberamente un palazzo gigantesco, ma verificare quanta capacità portante possedessero le pareti conservate.

Visualizzazione di una ricostruzione virtuale del Palazzo di Yeha a otto piani.
Crediti immagine: ©artefacts-berlin.de, Dipartimento Oriente DAI/Mike Schnelle, Ricerca Edilizia, BTU
La simulazione che porta il palazzo fino a 19 piani
Martin Drieschner della BTU Cottbus-Senftenberg e Mike Schnelle del DAI hanno analizzato al computer due zone rappresentative della costruzione: un angolo della parete e un passaggio di porta. Il modello ha tenuto conto anche dell’incertezza relativa alle proprietà dei materiali antichi, inevitabile quando si studia una costruzione vecchia di quasi tre millenni.
Per le simulazioni è stata utilizzata la Finite Element Method, una tecnica di calcolo impiegata anche nell’ingegneria moderna per studiare il comportamento delle strutture sottoposte a carichi e sollecitazioni. In questo caso, però, il problema era più complesso perché non tutte le caratteristiche delle pietre, della malta e soprattutto del legno utilizzato dagli antichi costruttori sono conosciute con precisione.
Il risultato è stato sorprendente: le variazioni nelle proprietà del legno hanno avuto un’influenza relativamente limitata sulla capacità portante delle pareti analizzate. Il sistema si è dimostrato quindi particolarmente robusto nelle condizioni considerate dal modello.
Le simulazioni indicano che la struttura avrebbe potuto sostenere almeno 19 piani dal punto di vista statico. È proprio questo risultato ad aver fatto parlare del palazzo di Yeha come di un possibile antico “grattacielo”.
C’è però una precisazione fondamentale. I ricercatori non hanno dimostrato che Grat Be’al Gibri fosse realmente alto 19 piani. Hanno verificato che il suo sistema murario possedeva una capacità portante compatibile con una costruzione di almeno quella dimensione. Le prossime fasi della ricerca dovranno infatti integrare nei calcoli anche le caratteristiche dei solai e la geometria complessiva dell’edificio.
La differenza è importante: 19 piani rappresentano una possibilità strutturale emersa dalla simulazione, non un’altezza archeologicamente accertata.
Gli antichi abitanti di Yeha potevano davvero costruire un “grattacielo”?
La scoperta diventa ancora più interessante se viene inserita nel contesto dell’architettura dell’Africa nord-orientale e dell’Arabia meridionale. Il sistema costruttivo basato sull’integrazione di legno e muratura non rappresentava infatti una soluzione isolata di Grat Be’al Gibri.
Fonti storiche arabe parlano di edifici che potevano arrivare fino a 20 piani, mentre alcune rappresentazioni dell’Arabia meridionale mostrano costruzioni a torre composte da numerosi livelli. Per molto tempo, tuttavia, mancava una verifica ingegneristica capace di stabilire se simili edifici fossero compatibili con le capacità dei materiali e delle tecniche disponibili all’epoca.
La nuova analisi del palazzo di Yeha fornisce un elemento quantitativo importante: almeno uno dei sistemi murari utilizzati in questa tradizione architettonica aveva una capacità strutturale sufficiente a rendere plausibili edifici molto più alti di quanto suggeriscano i pochi resti oggi conservati.
Non sappiamo se fosse alto 19 piani, ma la tecnologia era reale
Il punto più interessante della ricerca non è quindi stabilire se gli abitanti di Yeha avessero costruito un vero grattacielo. È capire che cosa fossero realmente capaci di fare con i materiali a loro disposizione.
Il palazzo di Grat Be’al Gibri era già una costruzione eccezionale per dimensioni e caratteristiche. Le sue pareti con travi di legno inserite nella muratura mostrano una soluzione ingegneristica sofisticata, sviluppata molto prima dell’introduzione dei materiali moderni.
La presenza di edifici multipiano nella regione è inoltre coerente con una più ampia tradizione costruttiva sviluppata tra gli altopiani dell’Etiopia e dell’Eritrea e l’Arabia meridionale. Il legno non veniva semplicemente utilizzato come materiale secondario: era integrato nella struttura delle pareti secondo una disposizione studiata per migliorarne il comportamento.
Anche la distruzione dell’edificio offre un elemento interessante. Le analisi indicano che le pareti conservavano una notevole capacità portante, tanto che gli studiosi ritengono plausibile che un evento eccezionale, probabilmente il grande incendio che colpì la costruzione nell’antichità, abbia avuto un ruolo decisivo nel suo crollo.
Yeha, quindi, non restituisce soltanto le rovine di un palazzo antico. Offre una finestra su una tradizione architettonica nella quale gli abitanti della regione avevano sviluppato soluzioni ingegneristiche capaci di sfruttare insieme materiali differenti.
È proprio questo il risultato più significativo della ricerca: l’assenza di cemento e acciaio non impediva agli antichi costruttori di progettare strutture molto alte e resistenti. Il limite potrebbe essere stato molto più lontano di quanto si pensasse.
Conclusione
Il grattacielo antico in Africa di cui si parla in questi giorni non è, almeno per ora, un edificio di 19 piani riportato alla luce dagli archeologi. A Yeha non sono stati trovati i resti di una costruzione così alta. Il numero emerge dalle simulazioni ingegneristiche realizzate sulle pareti del palazzo di Grat Be’al Gibri.
Questo non riduce l’importanza della scoperta. Al contrario, dimostra che una tecnica costruttiva sviluppata circa 2.800 anni fa poteva offrire una capacità portante sorprendentemente elevata. Pietre, malta e travi di legno, combinati in modo accurato, erano sufficienti per creare un sistema strutturale molto più efficiente di quanto si potrebbe immaginare.
La ricerca non riscrive quindi la storia affermando che nell’antica Etiopia esisteva sicuramente un grattacielo di 19 piani. Aggiunge però un tassello importante alla conoscenza dell’ingegneria antica e suggerisce che le capacità costruttive delle società che vivevano a Yeha fossero notevolmente avanzate. E forse il dato più affascinante è proprio questo: quasi tre millenni fa, i costruttori africani avevano già trovato un modo ingegnoso per far lavorare insieme legno e pietra in edifici multipiano.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Heritage .
Redazione
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