Bonus congelamento ovuli da 3000 euro: la proposta del Pd per le donne under 40
Un contributo fino a 3.000 euro per aiutare le donne a preservare la propria fertilità. È questa l’idea al centro della proposta di legge presentata alla Camera dal deputato del Partito Democratico Emiliano Fossi, che punta a sostenere le spese del social freezing per le donne tra i 25 e i 39 anni con un ISEE inferiore a 30mila euro. Il bonus congelamento ovuli da 3000 euro, però, non è ancora una misura nazionale disponibile: si tratta di una proposta che dovrà essere discussa e approvata dal Parlamento. L’iniziativa arriva in un periodo in cui in Italia la maternità viene sempre più rimandata. Secondo Istat, nel 2025 l’età media al parto è salita a 32,7 anni, mentre il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14.
Bonus per congelare gli ovuli: cosa prevede la proposta del Pd
La proposta di Emiliano Fossi nasce da una questione concreta: il costo del social freezing può rappresentare un ostacolo importante per le donne che desiderano preservare la propria fertilità. Il percorso richiede infatti diverse prestazioni mediche e, dopo il prelievo, anche la conservazione degli ovociti nel tempo. La spesa complessiva può quindi diventare significativa.
Per affrontare questo problema, il progetto prevede la creazione di un Fondo nazionale sperimentale. La dotazione ipotizzata sarebbe di 30 milioni di euro all’anno per tre anni, dal 2027 al 2029. Le risorse servirebbero a finanziare un contributo una tantum fino a 3.000 euro.
La platea individuata è precisa: donne tra i 25 e i 39 anni con un ISEE inferiore a 30mila euro. Non si tratterebbe quindi di un sostegno rivolto a tutte le donne che scelgono di ricorrere alla crioconservazione degli ovociti, ma di un aiuto legato a specifici requisiti anagrafici ed economici.
Anche la gestione della misura seguirebbe un modello distribuito. Alle Regioni spetterebbe il compito di erogare concretamente i contributi, mentre il Ministero della Salute dovrebbe monitorare l’attuazione dell’intervento e trasmettere ogni anno alla Camera una relazione sui risultati ottenuti.
L’obiettivo è introdurre uno strumento sperimentale senza dover attendere necessariamente una riforma più ampia dei Livelli essenziali di assistenza. Il tema dei LEA resta comunque centrale, perché la procreazione medicalmente assistita rientra nel quadro delle prestazioni garantite dal Servizio sanitario nazionale, mentre il social freezing per finalità non legate a una patologia rappresenta una questione distinta e più complessa.
Chi potrebbe ricevere il contributo e il ruolo dell’ISEE
La proposta individua una fascia ben definita: donne tra i 25 e i 39 anni con ISEE inferiore a 30mila euro. Il requisito economico avrebbe quindi un peso determinante nell’accesso al sostegno.
È importante ricordare che, al momento, questi criteri fanno parte della proposta di legge e non sono ancora le regole di un contributo nazionale che le interessate possano richiedere. Prima di diventare operativo, il provvedimento dovrebbe completare il proprio iter parlamentare e, successivamente, essere applicato secondo le modalità previste dalla normativa.
L’impostazione ricalca in parte esperienze già avviate a livello regionale, con risorse pubbliche destinate a ridurre una spesa che può rappresentare un ostacolo per chi vuole preservare la propria fertilità.
Un precedente significativo arriva dalla Puglia. La Regione ha previsto un contributo fino a 3.000 euro per il social freezing destinato alle donne pugliesi che rispettano i requisiti stabiliti dall’avviso regionale. Le domande per la nuova misura possono essere presentate dal 13 agosto 2026, secondo quanto comunicato dalla stessa Regione.
La distinzione è importante: il contributo nazionale proposto dal Pd e quello già previsto dalla Puglia sono due misure diverse. Confonderli potrebbe far pensare che il sostegno da 3.000 euro sia già disponibile in tutta Italia, mentre non è così.
Social freezing: come funziona il congelamento degli ovuli e perché se ne parla
Il social freezing, chiamato anche crioconservazione degli ovociti a scopo di preservazione della fertilità, consiste nel prelevare gli ovociti e conservarli attraverso tecniche di crioconservazione, con la possibilità di utilizzarli eventualmente in futuro nell’ambito di un percorso di procreazione medicalmente assistita.
Il percorso comprende una valutazione medica e un trattamento ormonale destinato a stimolare le ovaie. Dopo il prelievo, gli ovociti vengono sottoposti alla procedura di conservazione. Il Ministero della Salute riconosce la crioconservazione dei gameti femminili nell’ambito delle tecniche di PMA e pubblica l’elenco dei centri autorizzati alle procedure.
La preservazione della fertilità assume inoltre particolare importanza in campo oncologico. Il Ministero della Salute indica infatti la crioconservazione degli ovociti tra le principali strategie utilizzate per preservare la fertilità nelle donne che devono affrontare trattamenti potenzialmente dannosi per la funzione riproduttiva.
Nel social freezing, invece, la scelta può essere legata alla volontà di rimandare la maternità. È questo elemento ad aver portato la crioconservazione degli ovociti anche nel dibattito sociale e politico, mettendo insieme aspetti medici, condizioni economiche e libertà di scelta.
Perché l’età è importante per la crioconservazione degli ovociti
L’età è uno degli elementi centrali quando si parla di preservazione della fertilità. Il numero e la qualità degli ovociti cambiano nel corso della vita riproduttiva e questo può influire sulle possibilità di ottenere una gravidanza.
Il contesto italiano mostra inoltre una tendenza ormai consolidata a posticipare la maternità. I dati Istat relativi al 2024 indicavano un’età media al primo figlio di 31,9 anni, mentre nel 2025 l’età media complessiva al parto è arrivata a 32,7 anni. Nello stesso anno il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14.
Questi dati aiutano a capire perché la preservazione della fertilità sia entrata nel dibattito pubblico. Non significa, però, che il congelamento degli ovociti garantisca automaticamente una futura gravidanza. La crioconservazione permette di conservare gli ovociti in una fase precedente della vita riproduttiva, ma il loro eventuale utilizzo dipende da diversi fattori medici.
Anche il percorso può variare da persona a persona. Prima di procedere sono necessari esami e una valutazione specialistica per stabilire se la procedura sia appropriata. Per questo il social freezing non dovrebbe essere presentato come una semplice garanzia per una futura maternità, ma come una possibilità di preservazione della fertilità da valutare individualmente.
Il Ministero della Salute, nei suoi dati sulla PMA, evidenzia inoltre l’importanza dell’età nei percorsi di fecondazione assistita. Nella relazione al Parlamento sulla PMA viene riportata un’età media elevata tra le donne che ricorrono alle tecniche di fecondazione in vitro.
Bonus congelamento ovuli: la proposta nazionale e il caso della Puglia
Uno degli aspetti più interessanti dell’iniziativa di Emiliano Fossi è il tentativo di portare il sostegno economico alla preservazione della fertilità da una dimensione regionale a un possibile intervento nazionale.
Oggi, infatti, il quadro non è uniforme. La Puglia ha scelto di finanziare direttamente il social freezing attraverso un contributo regionale, mentre a livello nazionale il tema è ancora oggetto di iniziative parlamentari che puntano a rendere più accessibile la procedura.
La proposta di Fossi prevede un fondo sperimentale per il periodo 2027-2029 e un contributo massimo di 3.000 euro. L’idea è partire con una misura specifica e temporanea, lasciando eventualmente spazio in futuro a un intervento più strutturale.
Il tema si inserisce in un quadro demografico particolarmente complesso. Istat rileva infatti che nel 2025 in Italia sono nati circa 355mila bambini, con un ulteriore calo delle nascite rispetto all’anno precedente. La fecondità è scesa a 1,14 figli per donna. (istat.it)
Questo non significa che un incentivo al congelamento degli ovociti possa, da solo, risolvere il problema della bassa natalità. Il rinvio della genitorialità dipende da molti fattori, tra cui condizioni lavorative, disponibilità economiche, abitazione, servizi e organizzazione familiare. I dati Istat mostrano quanto il percorso verso la maternità si sia spostato in avanti nel tempo.
Quanto costa congelare gli ovuli e perché il contributo può fare la differenza
Il costo è uno dei principali ostacoli alla diffusione del social freezing. La spesa non riguarda soltanto il prelievo degli ovociti, ma può comprendere visite, esami, farmaci, procedure mediche e conservazione nel tempo.
È proprio questo aspetto a spiegare l’interesse verso un possibile sostegno pubblico. Una somma fino a 3.000 euro potrebbe ridurre una parte consistente della spesa iniziale, soprattutto per le donne che rientrano nella fascia economica individuata dalla proposta.
Anche la Puglia offre un esempio concreto. Il programma regionale mette a disposizione 600mila euro complessivi e prevede un contributo massimo di 3.000 euro per le donne che rispettano i requisiti stabiliti dall’avviso.
A livello nazionale, invece, bisognerà attendere l’iter parlamentare. La proposta di legge non permette quindi, oggi, di presentare una domanda per un contributo statale da 3.000 euro.
Un eventuale intervento nazionale avrebbe comunque un significato che va oltre il semplice aiuto economico. Potrebbe ridurre almeno in parte le differenze territoriali nell’accesso alla preservazione della fertilità e riportare il social freezing all’interno di una discussione più ampia sulle politiche familiari e sanitarie.
Resta poi la questione dei LEA. L’inserimento della PMA nei Livelli essenziali di assistenza ha ampliato il quadro delle prestazioni garantite dal Servizio sanitario nazionale, ma il social freezing per scelta personale non coincide automaticamente con le prestazioni di PMA effettuate per trattare un problema di infertilità. Per questo la questione richiede un intervento normativo specifico e una definizione precisa delle prestazioni eventualmente finanziabili.
Conclusione
La proposta di Emiliano Fossi riporta al centro del dibattito il costo della preservazione della fertilità e la possibilità di offrire un sostegno pubblico alle donne che scelgono il social freezing. Il progetto prevede fino a 3.000 euro per le donne tra 25 e 39 anni con ISEE inferiore a 30mila euro, attraverso un fondo nazionale sperimentale da 30 milioni di euro l’anno nel triennio 2027-2029. Al momento, però, non si tratta di un bonus nazionale già attivo: la proposta dovrà affrontare il normale iter parlamentare. Diversa è la situazione in Puglia, dove esiste già un contributo regionale. Il tema resta quindi aperto, tra costi della procedura, accesso alle cure, libertà di scelta e progressivo rinvio della maternità. I dati demografici italiani mostrano quanto questa discussione sia ormai legata anche al futuro della natalità nel Paese.
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