Declassamento del lupo, Italia divisa: un pericoloso passo verso l’apertura della caccia

Lupo che attraversa un sentiero montano al tramonto, simbolo del dibattito sul declassamento del lupo in Italia.

Il declassamento del lupo è realtà: il decreto del Ministero dell’Ambiente è in Gazzetta Ufficiale, modificando lo status di una specie simbolo. Attenzione però: non è caccia aperta. Il lupo resta protetto dalla legge 157/92, ma il testo apre a piani regionali con abbattimenti selettivi. Ambientalisti e scienziati contestano la scelta: «È politica, non scienza», insistono. I dati ISPRA sono chiari: su mille capi persi negli allevamenti, meno di sei vengono uccisi dai lupi. Eppure, invece di potenziare recinzioni elettrificate e guardiani—soluzioni che riducono fino al 90% gli attacchi—si sceglie la strada divisiva. Tra pressioni locali e territori spaccati, il rischio è vanificare quarant’anni di conservazione.

Cosa dice il nuovo decreto sulla riduzione delle tutele

Il provvedimento è una mossa a doppio taglio. Da un lato, riconosce che il lupo non è più sull’orlo dell’estinzione; dall’altro, indebolisce una tutela che ha permesso alla specie di riprendersi. Ufficialmente, nessuna licenza di caccia, ma le Regioni potranno proporre piani di controllo con abbattimenti autorizzati caso per caso. L’ISPRA stima un tetto massimo di 160 lupi all’anno su una popolazione di 3.300 esemplari, ma i biologi avvertono: numeri del genere ignorano la complessità dei branchi. Uccidere un capobranco, per esempio, può innescare una catena di dispersione e nuove predazioni.

Il cuore del problema è politico. Il decreto trasforma le Regioni in giudici di un conflitto senza regole condivise. Immaginate un Piemonte stretto tra malghe e territori alpini e una Puglia che difende il ruolo ecologico del predatore. Chi decide cosa è “necessario”? Il WWF Italia denuncia la mancanza di un database nazionale sugli abbattimenti illegali—fenomeno mai quantificato—e ricorda che, senza dati uniformi, è impossibile valutare l’impatto reale. Intanto, le soluzioni preventive—come i recinti—restano sottofinanziate. È come curare un malato con il coltello invece che con il bisturi.

Regioni in prima linea: gestione o frammentazione?

Delegare alle Regioni sembra logico, ma rischia di frammentare ulteriormente la gestione. Prendiamo l’Abruzzo: qui il lupo è emblema del Parco Nazionale, ma anche fonte di tensioni per gli allevatori. Una Regione potrebbe autorizzare abbattimenti “mirati”, mentre un’altra—come la Liguria—potrebbe rifiutarsi. Il problema? Non esiste un protocollo nazionale per definire quando un lupo diventa “problematico”. Alcuni tecnici ammettono in privato di non avere strumenti per distinguere un attacco isolato da un’emergenza.

E cosa dire degli abbattimenti illegali? Fonti vicine ai Corpi Forestali segnalano casi ricorrenti di lupi trovati con ferite da arma da fuoco, archiviati senza indagini. Senza trasparenza, la riduzione delle protezioni rischia di diventare un lasciapassare per vendette locali. Il paradosso è che, mentre Roma discute di piani di prelievo, nelle aree rurali mancano fondi persino per recinzioni da 5.000-10.000 euro a gregge.

Le critiche: scienza vs. pressioni politiche

La protesta non è ideologica, ma fondata su decenni di ricerca. Il WWF e la LAV ricordano che l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura classifica ancora il lupo come “vulnerabile”. Il decreto, però, sembra ascoltare più le lobby venatorie che gli esperti. «I lupi non sono un’emergenza—spiega un ricercatore ISPRA—. Lo 0,6% delle perdite di bestiame è causato da loro. Il resto? Malattie, incidenti». Eppure, invece di finanziare sistemi di protezione, si punta sugli abbattimenti. La Francia insegna: dal 2021, nonostante i piani di controllo, gli attacchi ai greggi sono aumentati del 20%.

Nel Parco Nazionale d’Abruzzo, invece, dove allevatori e biologi collaborano, le recinzioni hanno quasi azzerato i conflitti. «Funziona—dice un pastore—ma servono fondi e formazione». La legge 157/92, nata quando i lupi erano meno di 100 esemplari, oggi viene stravolta non per necessità ecologica, ma per placare pressioni politiche.

Danni agli allevamenti: dati vs. percezione

«Ho perso tre pecore: è colpa dei lupi!», urla un allevatore in TV. Le telecamere non mostrano però che, nello stesso periodo, altre venti sono morte per malattie. Gli esperti sanno che i danni vengono spesso gonfiati per ottenere rimborsi. Uno studio citato nel decreto—e ignorato—dimostra che, con misure preventive, le predazioni crollano del 90%. Ma servono investimenti: un sistema di recinzioni costa migliaia di euro, soldi che spesso non arrivano. Così, si preferisce la scorciatoia degli abbattimenti, che minano l’equilibrio degli ecosistemi. La modifica dello status giuridico non è una risposta concreta: è l’ammissione che la politica ha smesso di cercare soluzioni.

Conclusione

La variazione nella classificazione del lupo racconta un’Italia capace di successi ambientali ma fragile davanti alle pressioni locali. Il decreto sceglie la via immediata—delegare alle Regioni—senza strumenti per gestire il conflitto. Così, mentre Roma annuncia piani di prelievo, nelle valli alpine i pastori aspettano recinzioni mai arrivate, e i lupi continuano a muoversi tra i boschi, ignari di essere diventati simboli di uno scontro più antico di loro. La storia non ricorderà i numeri di questo decreto, ma come abbiamo trattato chi non ha voce. La vera protezione non si misura con gli abbattimenti evitati, ma con le soluzioni costruite insieme. Fonte: WWF Italia / LAV

Redazione

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