Hubble Telescope: quando e dove potrebbe cadere secondo la NASA (e quali sono i rischi reali)

Illustrazione del Telescopio Hubble durante il rientro incontrollato Hubble nell’atmosfera terrestre, con detriti luminosi sopra una mappa di oceani e continenti.

Immaginate un gigante d’acciaio e specchi che vaga silenzioso sopra le nostre teste da oltre trent’anni. Il Telescopio Hubble, l’occhio che ci ha svelato le meraviglie dell’universo, sta per chiudere la sua storia in modo imprevisto: un rientro incontrollato Hubble verso la Terra. La NASA calcola che, tra il 2029 e il 2040 (con il 2033 come data più probabile), il telescopio lascerà per sempre l’orbita. Il problema? Non c’è più lo Space Shuttle, il “gru spaziale” che avrebbe dovuto riportarlo a casa. Senza di lui, Hubble diventerà un relitto vagante, con frammenti che potrebbero sopravvivere all’impatto. Ma quanto dobbiamo preoccuparci davvero? E perché un telescopio così rivoluzionario finirà in questo modo? Scopriamolo senza allarmismi, ma con i piedi per terra.

Perché nessuno può fermare la caduta di Hubble?

Torniamo indietro di trent’anni. Quando Hubble fu lanciato nel 1990, gli ingegneri della NASA avevano già in mente un piano B: gli Space Shuttle sarebbero andati a prelevarlo, ripararlo, o riportarlo a Terra. Era un’epoca in cui lo spazio sembrava un’estensione del nostro garage. Poi, nel 2011, gli Shuttle andarono in pensione per sempre. Da allora, Hubble è diventato un satellite “orfano”: nessun veicolo moderno ha bracci abbastanza lunghi o potenti per afferrarlo.

La sua orbita sta calando lentamente, come una trottola che perde energia. Ma ciò che accelera il processo è il Sole. Le sue tempeste magnetiche, invisibili a noi, gonfiano l’atmosfera terrestre persino a 500 chilometri di quota, creando un freno invisibile. Gli scienziati lo sanno per esperienza: nel 2022, una tempesta solare fece precipitare 40 satelliti Starlink in un colpo solo. Per Hubble, il conto alla rovescia è iniziato. Il rapporto NASA parla chiaro: senza interventi, nel 2033 il telescopio entrerà nell’atmosfera come una meteora artificiale. E qui nasce il vero dilemma: i suoi pezzi più resistenti — specchi spessi 10 centimetri, supporti metallici — potrebbero sopravvivere alla caduta.

Quando i piani spaziali diventano storia

Ricordate le missioni di salvataggio di Hubble negli anni 2000? Gli astronauti dell’Endeavour e del Discovery viaggiavano fino a lui per sostituire giroscopi difettosi o fotocamere obsolete. Erano operazioni delicate, paragonabili a riparare un orologio svizzero indossando guanti da forno. Ma dopo il disastro del Columbia nel 2003, la NASA cambiò idea: troppo rischioso mandare uomini a recuperare un telescopio. Così, nel 2009, l’ultima missione Shuttle lasciò Hubble “in eredità” allo spazio. Oggi, senza quegli shuttle, non resta che guardare il suo lento addio.

I rischi per la Terra: numeri da non sottovalutare (ma neanche da drammatizzare)

La NASA non usa mezzi termini: il rischio di vittime per il rientro incontrollato Hubble è 1 su 330. Un numero che fa venire i brividi, soprattutto se paragonato allo standard di sicurezza dell’agenzia (1 su 10.000). Ma fermiamoci un attimo. Queste stime si basano su scenari “peggiori possibili”: immaginate che i detriti cadano su Macao, dove ogni chilometro quadrato ospita 21.000 persone. In quel caso, i modelli prevedono 3-4 vittime. A Hong Kong o Singapore, forse una. Visto dallo spazio, però, il 70% della Terra è oceano, e le aree abitate occupano solo una minuscola frazione.

C’è però un dettaglio che gli esperti non trascurano: Hubble è diverso dai satelliti moderni. Oggi, si progetta pensando al “fine vita”: componenti che bruciano del tutto o che puntano al Punto Nemo, il cimitero spaziale nell’Oceano Pacifico. Lui, invece, è un veterano degli anni ’80, costruito quando queste regole non esistevano. Pesante 11 tonnellate, con strutture in titanio e vetro spesso, potrebbe lasciare frammenti grandi come frigoriferi. Per questo, gli ingegneri monitorano ogni millimetro del suo decadimento orbitale, sperando che l’attività solare non acceleri troppo i tempi.

Il Punto Nemo: il cimitero che Hubble non raggiungerà

Chissà se Hubble avrebbe scelto di finire i suoi giorni in quel tratto d’oceano così remoto, dove la terraferma più vicina è una base antartica. Il Punto Nemo è la destinazione preferita dalla NASA per far cadere in pace satelliti e stazioni spaziali. Ma per arrivarci, serve un sistema di guida. Hubble non l’ha mai avuto: contava sugli Shuttle per il trasporto. Oggi, è come un aereo senza pilota che non può scegliere dove atterrare. L’unica speranza è che l’attività solare, imprevedibile come il meteo, gli regali qualche anno in più in orbita. Nel frattempo, gli scienziati scherzano: “Forse tra dieci anni avremo robot capaci di afferrarlo… o forse no”.

Conclusione

La fine di Hubble sarà meno poetica delle sue immagini, ma non per questo meno significativa. Ci ricorda che lo spazio non è un magazzino dove abbandonare le vecchie macchine: ogni missione deve avere un piano per il commiato. Il rientro incontrollato Hubble è una lezione per il futuro, non una tragedia annunciata. Fino al 2033, continueremo a osservare il cielo con i suoi dati, mentre lui, impercettibilmente, si avvicina alla Terra. E forse, tra i suoi ultimi frammenti, qualcuno potrebbe trovare un pezzo di vetro annerito e pensare: “Questa scheggia ha osservato galassie che noi non possiamo neanche immaginare”.

Le stime sono incluse nel rapporto Hubble Space Telescope and Swift Observatory Orbit Decay Study

 

Redazione

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