Supermercati chiusi la domenica: saresti d’accordo? Coop ci pensa seriamente

Supermercati chiusi la domenica: vetrina spenta e cancelli abbassati davanti a un punto vendita Coop in una tranquilla domenica mattina urbana.

Da anni si parla dell’ipotesi di tenere supermercati chiusi la domenica, una misura chiesta soprattutto per garantire un vero giorno di riposo a chi ci lavora. Fino a oggi, però, i progressi sono stati pochi, nonostante le pressioni di sindacati e cittadini. Ora, a sorpresa, è Coop – una delle catene più influenti del settore – a riaprire seriamente il dibattito. Attenzione, però: non si tratta di una svolta sociale o di una nuova attenzione verso il benessere dei dipendenti. Dietro questa ipotesi c’è una ragione molto concreta: la necessità di ridurre i costi in un momento in cui l’economia stenta a riprendersi e le famiglie spendono sempre meno. Eppure, proprio questa decisione potrebbe rilanciare una discussione più ampia su lavoro, diritti e stili di consumo.

Perché Coop vuole chiudere la domenica (e non è per solidarietà)

La proposta non nasce da un’improvvisa vocazione etica, ma da numeri che non tornano. A confermarlo è Ernesto Dalle Rive, presidente di Ancc-Coop, che ha spiegato al Sole 24 Ore come il gruppo stia valutando seriamente di sospendere l’apertura domenicale. L’obiettivo non è regalare un giorno libero ai lavoratori, ma contenere i costi in un settore sempre più sotto pressione. Far funzionare un supermercato la domenica costa alle aziende almeno il 30% in più rispetto a un giorno feriale, a causa delle maggiorazioni salariali obbligatorie.

Il 2025 è stato un anno difficile per la grande distribuzione: le vendite sono calate, i consumi sono deboli e i margini si sono assottigliati. Il 2026 non promette miglioramenti significativi, con una crescita economica quasi ferma e famiglie alle prese con spese fisse sempre più gravose. In questo scenario, la chiusura domenicale dei supermercati diventa una leva per recuperare efficienza. Secondo le stime interne di Coop, se l’intera GDO adottasse questa misura, il risparmio complessivo potrebbe aggirarsi tra 2,3 e 2,6 miliardi di euro all’anno. Una cifra che, secondo l’azienda, potrebbe essere reinvestita in promozioni o prezzi più accessibili.

C’è anche un dato spesso sottovalutato: non tutti fanno la spesa la domenica. Già oggi, circa un italiano su tre non mette piede in un supermercato quel giorno. Il resto degli acquisti, secondo le loro analisi, verrebbe semplicemente spostato agli altri giorni della settimana. Insomma, da un punto di vista gestionale, la chiusura domenicale non rappresenterebbe una perdita di fatturato, ma una razionalizzazione. Il paradosso è che una misura nata per tagliare i costi potrebbe finire per soddisfare una richiesta sociale mai pienamente ascoltata.

Cosa ne pensano i lavoratori della grande distribuzione

Quando Dalle Rive afferma che “molti non vogliono più l’impegno del lavoro domenicale”, tocca un nervo scoperto. Per chi lavora nei reparti, alla cassa o nel magazzino, la domenica non è un giorno come gli altri: è il momento in cui si perde il pranzo con la famiglia, la gita fuori porta, il tempo per sé. Per anni, sindacati e rappresentanze hanno chiesto un riposo domenicale effettivo, non semplicemente retribuito meglio.

Ora, però, il cambiamento arriva non per pressione collettiva, ma per necessità aziendale. Ed è qui che nasce un’ambiguità difficile da ignorare: il riposo tanto invocato potrebbe realizzarsi solo perché, in questo momento, conviene alle casse. La domanda che molti si pongono è cosa succederà quando l’economia riprenderà forza. Si tornerà subito a sette giorni di apertura, come se niente fosse? Senza un impegno strutturale – magari un accordo nazionale – il rischio è che questa pausa resti legata alle fluttuazioni del mercato, non ai diritti delle persone.

Una scelta che mette in discussione il nostro modo di consumare

L’apertura continua dei supermercati ha normalizzato l’idea che il consumo debba essere sempre disponibile, senza interruzioni. Ma questa comodità ha un prezzo, spesso invisibile, pagato da chi quei negozi li tiene aperti. Oggi, però, qualcosa sta cambiando. Sei italiani su dieci dichiarano di sentirsi preoccupati per il futuro, tra bollette, salute e tensioni internazionali. Questa incertezza si riflette anche nel carrello: si compra meno, ma con più attenzione, puntando su prodotti più semplici, a marchio del distributore, con meno zuccheri e additivi.

In questo contesto, l’ipotesi di un giorno senza supermercati non sembra più un limite, ma quasi un sollievo. Il vero nodo non è se sia possibile fare la spesa la domenica, ma se sia davvero necessario. Coop lo ha capito e sta usando questa tendenza per rivedere i propri orari. Ma la sfida più grande è capire se questa pausa diventerà un’abitudine transitoria o l’occasione per ripensare in modo più equilibrato il rapporto tra tempo, lavoro e consumo. Perché se domani si riapre tutto sette giorni su sette, non avremo fatto un passo avanti: solo un giro a vuoto.

Chiusura domenicale: emergenza o opportunità di cambiamento?

Tutto dipende dal motivo per cui si decide di tenere i negozi chiusi la domenica. Se la domenica resta chiusa solo finché costa troppo tenerla aperta, si tratta di una mossa contabile. Ma se invece si riconosce che certi ritmi sono insostenibili – per chi lavora e per chi consuma – allora la questione assume un altro valore. In Italia, la domenica ha sempre rappresentato più di un semplice giorno della settimana: è il momento per incontrarsi, riposare, respirare.

Il punto non è imporre una chiusura per legge, ma chiedersi se il consumo debba davvero essere continuo. Se la risposta è “no”, allora vale la pena costruire un modello in cui il tempo non è solo una variabile da ottimizzare, ma una risorsa da proteggere. E se Coop, pur mosso da ragioni economiche, aiuta a mettere in discussione questa abitudine, tanto meglio. Purché non si tratti dell’ennesima promessa destinata a svanire appena i bilanci tornano in attivo.

Conclusione

La proposta di Coop di valutare la chiusura domenicale dei supermercati arriva in un momento di incertezza economica, ma solleva questioni che vanno ben oltre i conti aziendali. Pur nascendo da esigenze di bilancio, questa ipotesi tocca temi cruciali: il diritto al riposo, la qualità del lavoro, il ritmo del consumo quotidiano. Non è la vittoria delle battaglie storiche per il giorno libero, ma potrebbe diventare un primo passo – se accompagnato da una visione condivisa e duratura. La vera domanda, oggi, non è solo se i supermercati chiusi la domenica siano fattibili, ma se vogliamo che lo siano per ragioni che vadano oltre il profitto. Perché alla fine, più che di supermercati, si tratta di tempo: di chi lo decide, di chi lo vive, e di chi lo perde.

Fonte: Il Sole 24 Ore

Redazione

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