L’operaio irlandese che si fece seppellire vivo per 61 giorni: la storia di chi sognò la ricchezza ma trovò solo l’oblio

Immagine in bianco e nero del 1968: l’operaio irlandese si fece seppellire vivo a Kilburn, Londra. Mick Meaney nella bara di legno di 1,90 metri, con tubo per l’aria e fessura per il cibo visibili, mentre lavoratori in abiti d’epoca lo calano nel terreno di un cantiere. Folla curiosa in secondo piano, nebbia londinese e attrezzi da lavoro anni ’60.

Immagina di essere l’operaio irlandese che si fece seppellire vivo per 61 giorni a Londra negli anni ’60, con le mani callose per i turni in cantiere e un sogno che rasenta la follia. È proprio quello che fece Mick Meaney nel 1968, quando decise di restare chiuso in una bara sotto un terreno di Kilburn, il cuore dell’emigrazione irlandese a Londra. La sua storia? Un mix di audacia e ingenuità: ex pugile costretto a lasciare i ring dopo un infortunio, aveva trovato nell’incidente sul lavoro—essere rimasto intrappolato tra le macerie—l’ispirazione per battere il record americano di Bill White, il texano noto come “the living corpse”. Con l’aiuto di Michael “Butty” Sugrue, ex circense diventato impresario, trasformò la sua sfida in uno spettacolo. Ma nonostante le prime pagine dei giornali e le chiamate di Henry Cooper, il sogno di ricchezza svanì in fretta. Perché? Scopriamolo senza giri di parole.

La bara, la folla e il silenzio del mondo

Quella mattina di febbraio del ’68, a Kilburn, mentre la nebbia londinese si diradava piano, calarono una bara di legno scuro nel terreno di un cantiere. Dentro c’era Mick, vivo, con la barba già incolta e lo sguardo deciso. L’idea era nata dopo un incidente: quando era rimasto sepolto tra le macerie, aveva scoperto di non avere paura del buio. Così, invece di tornare a Tipperary, aveva puntato tutto su Bill White, il texano che vantava 30 giorni in una bara. Meaney voleva raddoppiare il tempo. Sugrue, con la sua aria da intrattenitore di strada, organizzò tutto come una veglia funebre rock’n’roll: il pub locale divenne il quartier generale, con giornalisti accorsi per sentire la voce di Mick uscire dal telefono infilato nel coperchio. La bara? Imbottita di gommapiuma, con un tubo per l’aria e una botola rudimentale—niente di sofisticato, ma funzionava. Nei primi giorni, la storia fece impazzire i tabloid: Henry Cooper lo chiamava per scherzare, la folla si accalcava intorno al cantiere. Poi, però, il Vietnam e l’omicidio di Martin Luther King rubarono la scena. Mick era lì, al buio, a contare i minuti, mentre il mondo sopra di lui esplodeva. La gente smise di venire. I giornali non parlavano più di lui. E quel sogno di gloria? Si era già spento prima della fine dei 61 giorni.

Come sopravvisse per 61 giorni sottoterra

Se pensi che stare in una bara per due mesi sia solo questione di resistenza fisica, ti sbagli di grosso. Mick non aveva nulla a cui aggrapparsi, se non quel telefono gracchiante che lo teneva attaccato al pub di Kilburn. Immaginati: buio totale, l’odore di terra umida, il rumore dei passi sopra la testa. Ogni giorno, qualcuno calava il cibo attraverso una fessura—pane secco, zuppa calda, qualche sigaretta—e lui aspettava, parlava, scherzava. A volte, la voce di un estraneo pagava per sentirlo dire una battuta. Altre, era Sugrue che gli raccontava le notizie del giorno, come se fosse un giornale vivente. Meaney non era un santo: sbraitava quando il cibo arrivava freddo, scagliava bestemmie in irlandese quando il telefono si bloccava. Eppure, quando lo tirarono fuori il 22 aprile 1968, con gli occhiali scuri e un sorriso storto, disse: «Avrei resistito altri cento giorni». Ma nessuno ci credette davvero. La folla applaudiva, sì, ma era una di quelle ovazioni che finiscono in fretta, come un fuoco di paglia. Mick non lo sapeva ancora, ma quel momento era l’ultimo sprazzo di luce della sua vita.

Perché il sogno di ricchezza svanì

Meaney aveva calcolato tutto, tranne una cosa: il Guinness dei Primati non è un club per scommesse tra amici. Negli anni ’60, per far riconoscere un record, non bastava la parola di un amico: servivano testimoni indipendenti, registrazioni continue, medici pronti a certificare ogni dettaglio. Lui, invece, si era affidato a Sugrue e a un branco di amici del pub, senza nemmeno una foto a testimoniare quei 61 giorni. «Ma chi se ne frega del Guinness!» avrà pensato, convinto che la fama da sola bastasse per attirare sponsor. Peccato che, senza un timbro ufficiale, nessuno volesse investire su di lui. Poi arrivò Tim Hayes, un altro “artista della bara”, che mise in giro la voce che Mick usciva di notte per sgranchirsi le gambe. Senza prove, certo, ma bastò a gettare fango sulla sua impresa. Meaney tornò in Irlanda con le tasche vuote, mentre nel 1977 una ex suora, Emma Smith, batteva i suoi 61 giorni con 101 notti sottoterra—e questa volta il Guinness c’era, con tanto di telecamere e un team medico. La differenza? Emma aveva pianificato ogni dettaglio; Mick, no. E nella corsa alla fama, i dettagli sono tutto.

Il Guinness e le regole non rispettate

Ecco il punto che nessuno racconta: il Guinness non è mai stato un gioco. Nel ’68, per loro, un record doveva essere indiscutibile. Meaney, invece, aveva organizzato tutto come una festa di paese—nessun medico, nessuna registrazione video, solo la parola di Sugrue. «Ma io c’ero!» avrà insistito, ma per il Guinness non bastava. Senza prove, era come se non fosse mai successo. E qui sta il vero dramma: Meaney credeva che la storia in sé fosse sufficiente a renderlo ricco. Invece, senza un certificato, nessun marchio avrebbe mai sponsorizzato un uomo che forse era rimasto sottoterra per due mesi. Oggi, il Guinness chiede protocolli da laboratorio, proprio per evitare storie come la sua. Ma allora? Meaney era un lavoratore irlandese sepolto vivo, non un professionista dello spettacolo. E a volte, purtroppo, la differenza tra un eroe e un perdente sta proprio in quei dettagli che nessuno nota finché non è troppo tardi.

Conclusione

Mick Meaney morì nel 2003, dopo aver passato decenni a lavorare per il consiglio di Cork, lontano dai riflettori. La sua storia, però, non è solo una curiosità da bar. È la fotografia di un uomo che ha puntato tutto su un sogno, senza calcolare che nel 1960—come oggi—la fama non basta se non hai le carte in regola. Meaney era un vero operaio irlandese si fece seppellire vivo, con le mani sporche di cemento e la testa piena di speranze. Ma mentre sognava contratti milionari, il mondo intorno a lui correva veloce, e lui restò indietro. Forse, se avesse avuto un team come quello di Emma Smith, le cose sarebbero andate diversamente. O forse no. Perché a volte, la vita è proprio così: crudele, imprevedibile, e piena di storie che meriterebbero un finale migliore. Intanto, la prossima volta che senti parlare di un record impossibile, ricordati di Mick. E chiediti: «Ma chi lo certifica, questo?». Perché senza un timbro ufficiale, anche l’impresa più audace finisce dimenticata sotto terra. Proprio come lui, Mick Meaney.

Redazione

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