Perché il contatto con civiltà extraterrestri è quasi impossibile? Cosa dice la ricerca più recente

Rappresentazione grafica dell'impossibilità del contatto con civiltà extraterrestri: segnali radio che svaniscono nello spazio mentre le civiltà si estinguono prima di potersi connettere.

Immagina di trovarti in una foresta infinita, al buio totale, con il compito di trovare una candela accesa. Non solo: la fiamma dura pochi secondi. Quante possibilità hai di vederla? Questo è esattamente il problema che dobbiamo affrontare con la comunicazione interstellare. Non è fantascienza, ma la conclusione a cui sono arrivati Geraint Lewis, astrofisico dell’Università di Sydney, e David Kipping, astronomo della Columbia University, dopo aver analizzato nel dettaglio l’equazione di Drake. La loro ricerca, pubblicata di recente, mette in discussione una speranza che molti nutrono da decenni: l’idea che un giorno potremmo ricevere segnali alieni. Non è che non esistano, chiarisce lo studio. È che, statisticamente, è come cercare di incrociare un amico in una metropolitana affollata durante un blackout: tecnicamente possibile, ma con le probabilità decisamente contro. Scopriamo insieme i dettagli di questa scoperta.

La matematica dell’impossibilità: quando la vita nasce e muore troppo in fretta

Immagina di trovarti in mezzo a una foresta immensa, al buio pesto, con il compito di trovare una candela accesa che si spegne dopo pochi secondi. Proprio questo è il problema che abbiamo con la ricerca di vita extraterrestre. Lewis e Kipping hanno preso l’equazione di Drake – quella formula che da decenni cerca di calcolare quante civiltà intelligenti potrebbero esistere nella galassia – e l’hanno ridotta a due concetti chiave: il tasso di natalità delle civiltà e il loro tasso di mortalità. Tutto qui il segreto.

Nell’Universo, le civiltà avanzate potrebbero nascere come funghi dopo la pioggia… ma spegnersi altrettanto in fretta, come candele che si consumano. Guerre, disastri ambientali, errori tecnologici: bastano pochi secoli per portare all’estinzione una specie in grado di emettere segnali radio. E qui arriva la vera sfida: per avere anche solo una remota speranza di comunicazione interstellare, dovremmo essere attivi nello stesso momento di un’altra civiltà. Ma se la loro finestra temporale è di qualche secolo (o meno), mentre l’Universo ha miliardi di anni, le probabilità statistiche diventano ridicole.

Non è una questione di distanza, ma di tempismo cosmico. Prendiamo noi umani: mandiamo segnali nello spazio da meno di cent’anni. Se una civiltà aliena si è estinta 10.000 anni fa, i suoi messaggi sono ormai polvere cosmica. E se un’altra nascerà tra un milione di anni, chissà se resterà qualcuno ad ascoltarla. Siamo come spettatori di uno spettacolo teatrale che arriva a metà: il sipario si alza e si chiude troppo in fretta per essere notati.

L’equazione di Drake svelata: perché due soli numeri cambiano tutto

Lewis e Kipping hanno semplificato drasticamente l’equazione di Drake, riducendola a un unico rapporto: nascite contro estinzioni. L’originale include sette variabili, da quanti pianeti hanno l’acqua a quanto a lungo una civiltà sopravvive. Ma loro hanno capito che tutto dipende da una domanda semplice: le civiltà muoiono più in fretta di quanto nascano? Se la risposta è sì – come suggeriscono la nostra storia e la logica – allora la galassia è piena di “finestre temporali irraggiungibili”.

Prendiamo la civiltà umana: siamo riusciti a inviare segnali nello spazio solo da quando esistono i transistor. Ma già oggi rischiamo di distruggere tutto con il riscaldamento globale o le armi nucleari. Se altre specie hanno commesso lo stesso errore, è probabile che siano scomparse prima di poter dire “ciao” a qualcuno. Questo spiega il Paradosso di Fermi, quel silenzio cosmico che ci chiede: “Se l’Universo è così grande, dove sono tutti quanti?”. La risposta non è che non esistono. È che, semplicemente, non siamo mai stati “attivi” nello stesso momento.

Grande filtro vs. ipotesi dello zoo: quale teoria regge alla prova dei fatti?

C’è chi pensa che gli alieni siano tutti morti prima di poterci contattare (il “grande filtro”) e chi crede che ci stiano osservando in silenzio come fossimo in uno zoo (l’“ipotesi dello zoo”). Ma quale delle due è più plausibile? Lewis e Kipping non hanno dubbi: il grande filtro è l’unica spiegazione che regge. La risposta è semplice: è l’unica basata su dati scientifici, non su fantasia.

Il concetto è intuitivo: se le civiltà tendono a estinguersi rapidamente – come dimostra la nostra stessa storia – è ovvio che non ne incontriamo in giro. L’ipotesi dello zoo, invece, presuppone che tutte le specie avanzate condividano un codice etico identico: nessuna vuole interferire con le altre. Ma davvero credete che in miliardi di anni e miliardi di pianeti, nessuna civiltà abbia mai deciso di mandare un messaggio? Sarebbe come sperare che in un concerto rock nessuno alzi mai la voce. Improbabile, no?

Perché il grande filtro è la spiegazione più realistica

Il grande filtro non è necessariamente un evento unico, ma una serie di ostacoli nascosti lungo la strada dell’evoluzione tecnologica. Potrebbe essere l’autodistruzione con le armi, il collasso ecologico, o qualcosa che nemmeno immaginiamo. Il fatto è che, se anche esistono civiltà lontane, è probabile che abbiano già affrontato – e perso – questa sfida.

Noi stessi siamo sull’orlo del baratro: in pochi decenni siamo passati dall’invenzione della bomba atomica al rischio di cambiamenti climatici irreversibili. Se altre specie hanno seguito lo stesso percorso, è plausibile che siano scomparse prima di diventare “visibili”. Ecco perché la ricerca di segnali alieni non è un problema di telescopi o antenne: è una questione di tempismo cosmico. Magari, tra dieci milioni di anni, un’altra civiltà proverà a chiamarci… ma noi non saremo più qui ad ascoltare.

Conclusione

Lo studio di Lewis e Kipping non afferma che siamo soli. Dice solo che, probabilmente, siamo soli nel ‘momento giusto’. La vita intelligente potrebbe esistere ovunque, ma la sua durata è troppo breve per permettere un incontro. Questo, però, non è una condanna: è un avvertimento. Se vogliamo avere anche solo una possibilità di sentire un segnale extraterrestre, dobbiamo sopravvivere il più a lungo possibile. Per ora, il cielo resta silenzioso. Ma non per colpa nostra: è l’Universo che, con la sua immensità e il suo tempo infinito, ci ricorda quanto siamo fragili. E forse, proprio questa fragilità è ciò che ci rende speciali.

Redazione

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