Perché l’aspettativa di vita dei nati tra il 1939 e il 2000 potrebbe non arrivare a 100 anni: lo studio che fa discutere
Per anni abbiamo dato per scontato che l’aspettativa di vita fosse destinata a crescere senza sosta, soprattutto nei Paesi più ricchi. Ma un nuovo studio pubblicato su PNAS mette in discussione questa convinzione: chi è nato tra il 1939 e il 2000, in media, non raggiungerà i 100 anni. I ricercatori parlano di una brusca frenata rispetto ai progressi registrati nella prima metà del Novecento, quando la riduzione della mortalità infantile aveva spinto la longevità verso traguardi impensabili. Oggi, con quel fattore ormai stabilizzato, i margini di crescita si sono assottigliati e le proiezioni indicano un rallentamento netto. Non è solo una questione di numeri: la domanda è perché la curva della vita stia cambiando direzione.
L’evoluzione della longevità e il rallentamento nei Paesi ricchi
Lo studio pubblicato su PNAS fotografa l’andamento della durata media della vita nei Paesi ad alto reddito, concentrandosi sulle generazioni nate tra il 1939 e il 2000. I dati parlano chiaro: rispetto al primo Novecento, il ritmo di crescita si è affievolito. Tra l’inizio del secolo e il 1938, prima della Seconda Guerra Mondiale, la vita media aumentava di circa mezzo anno per ogni anno di calendario, passando da circa 62 a 80 anni per chi era nato poco prima del conflitto. Quel salto fu dovuto soprattutto alla drastica riduzione della mortalità infantile, resa possibile da cure più efficaci, condizioni igieniche migliori e dall’introduzione dei vaccini.
Oggi, nei Paesi ricchi, la mortalità infantile è ormai rarissima: un traguardo enorme che, però, ha tolto al grafico della speranza di vita il suo principale motore di spinta. Ora a fare la differenza è la sopravvivenza in età adulta, un terreno dove i progressi sono più lenti e complessi. Secondo le stime, per i nati tra il 1939 e il 2000 si prevede una riduzione dei guadagni compresa tra il 37 e il 52% rispetto ai trend storici. In pratica, i centenari aumenteranno, ma la media complessiva resterà ben lontana dal traguardo dei 100 anni.
In Italia, i dati ISTAT del 2023 parlano di 81,1 anni per gli uomini e 85,2 per le donne: numeri che ci collocano sopra la media globale, ma che confermano la distanza dal secolo di vita. A livello mondiale la curva continua a salire grazie ai progressi nei Paesi in via di sviluppo, ma questo non smentisce il rallentamento osservato nei Paesi ricchi. La pandemia di COVID-19 ha già inciso, riducendo la vita media globale di circa 1,6 anni, e ha mostrato quanto la longevità possa essere fragile di fronte a crisi improvvise.
Il ruolo della mortalità infantile nella crescita della durata media della vita
Se guardiamo indietro, il vero carburante dell’aumento della speranza di vita nel secolo scorso è stato il crollo della mortalità infantile. Nei primi decenni del Novecento, malattie infettive e scarse condizioni igieniche falcidiavano le vite dei più piccoli. L’arrivo dei vaccini, l’accesso a cure più diffuse e il miglioramento delle condizioni di vita hanno riscritto le statistiche di sopravvivenza. Una volta raggiunti livelli minimi di mortalità infantile, però, questo effetto volano si è esaurito. Da qui in avanti, per guadagnare anni di vita serviranno progressi nella prevenzione e nella cura delle malattie croniche, quelle che colpiscono soprattutto in età adulta e anziana.
Le previsioni per le coorti 1939-2000 e le possibili variabili future
Gli autori dello studio sono espliciti e poco concilianti con letture troppo ottimistiche: senza scoperte mediche di grande impatto, le generazioni nate tra il 1939 e il 2000 non toccheranno in media i 100 anni. Anche nell’ipotesi di un raddoppio dei miglioramenti nella sopravvivenza in età adulta, non si tornerebbe ai balzi del primo Novecento. La pandemia di COVID-19 ha mostrato con crudezza come un evento globale possa cancellare in pochi mesi anni di progressi; future crisi sanitarie potrebbero avere effetti analoghi.
È vero, una cura definitiva per malattie ad alta mortalità, come il cancro, potrebbe ribaltare lo scenario. Ma, ad oggi, i dati indicano un rallentamento strutturale: i fattori che in passato hanno spinto la longevità sono ormai saturi. Nei Paesi ricchi, la sfida non è tanto aggiungere anni alla vita, quanto rendere quegli anni più sani e di qualità. Il messaggio dello studio è netto: d’ora in avanti i passi avanti saranno più lenti e serviranno interventi mirati su stili di vita, prevenzione e gestione delle malattie croniche.
L’impatto della pandemia e delle innovazioni mediche
Il COVID-19 ha lasciato un segno sulla curva della durata media della vita, abbassandola a livello globale di oltre un anno e mezzo. È stata una lezione chiara: la longevità non è un traguardo garantito, ma un equilibrio fragile. Allo stesso tempo, lo studio ricorda che scoperte mediche di grande portata potrebbero ribaltare lo scenario. Una cura definitiva per il cancro, ad esempio, avrebbe un impatto enorme, avvicinando di nuovo la media ai 100 anni. Ma senza innovazioni di questo calibro, il rallentamento osservato nei Paesi ricchi sembra destinato a proseguire.
Conclusione
Lo studio PNAS ci restituisce un’immagine realistica della speranza di vita nei Paesi ad alto reddito. Dopo un secolo di progressi rapidi, spinti soprattutto dalla riduzione della mortalità infantile, oggi siamo entrati in una fase di crescita lenta e incerta. Le generazioni nate tra il 1939 e il 2000 difficilmente raggiungeranno in media i 100 anni, a meno di svolte mediche epocali. Non vuol dire che abbiamo smesso di guadagnare anni di vita, ma che il ritmo sarà molto più cauto. Realismo, sì, e la consapevolezza che le scelte di oggi contano.
Redazione
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