I pesci soffrono davvero? La scienza rivela l’agonia silenziosa durante la pesca
Ti sei mai chiesto se i pesci soffrono quando vengono pescati? Forse no, oppure ti sei sentito dire che non provano dolore, semplicemente perché non emettono suoni. Eppure, una recente ricerca cambia radicalmente il nostro punto di vista. Lo studio, condotto dal Welfare Footprint Institute, fornisce dati precisi e sconcertanti: questi animali non solo sentono dolore, ma possono soffrire per molti minuti prima di morire, in particolare quando vengono lasciati all’aria aperta. La durata può superare i venti minuti: un tempo lunghissimo se vissuto in agonia, soffocando lentamente. Questa evidenza scientifica ha già acceso un confronto etico sul nostro rapporto con la pesca: possiamo davvero continuare a ignorare tutto questo?
La sofferenza nascosta dei pesci: uno studio svela cosa accade durante la pesca
Per molto tempo si è pensato che gli animali acquatici non provassero realmente sofferenza. Perché? Non emettono grida, non mostrano espressioni facciali riconoscibili, non si dimenano come farebbe un mammifero. Ma proprio questa apparente distanza emotiva ha favorito un grave fraintendimento. Oggi, una ricerca pubblicata su Scientific Reports e guidata dal Welfare Footprint Institute, in collaborazione con il Center for Welfare Metrics, ribalta queste convinzioni.
Il team scientifico ha analizzato attentamente le risposte fisiologiche della trota iridea, un pesce molto diffuso sia nelle acque per la pesca sportiva che negli allevamenti. L’obiettivo era chiaro: misurare con precisione quanto soffre un pesce durante la cattura. I risultati parlano da soli: in media, l’animale rimane cosciente per circa 10 minuti dopo essere stato tolto dall’acqua. In alcuni casi, può sopravvivere per 22 minuti, agonizzando. Il dato più allarmante emerge quando si rapporta la sofferenza al peso: si arriva a 24 minuti di agonia per ogni chilogrammo.
Non sono ipotesi, ma dati biologici concreti, ottenuti monitorando cosa accade all’interno del corpo del pesce. Le branchie collassano, la disponibilità di ossigeno crolla, l’anidride carbonica invade il sangue e inizia un lento processo di asfissia. Ma l’agonia non comincia con l’estrazione dall’acqua. Già prima, nel trasporto o nella permanenza in vasche con ghiaccio, l’animale sperimenta uno stress intenso, che si somma al dolore finale. Ogni fase peggiora lo stato del pesce, accumulando sofferenza su sofferenza.
La percezione del dolore nei pesci: un errore di valutazione umana
Una delle cause principali di questa disattenzione verso gli abitanti del mare è legata a come noi esseri umani interpretiamo il dolore. Siamo abituati a riconoscerlo quando lo sentiamo: un guaito, un grido, una smorfia. Ma i pesci non comunicano così. Non significa, però, che non soffrano.
Lo studio ha dimostrato che i pesci possiedono meccanismi neurofisiologici simili a quelli umani. Sotto stress, rilasciano cortisolo e mostrano reazioni chimiche paragonabili a quelle di mammiferi e uccelli. La loro sofferenza è reale, solo che non siamo abituati a riconoscerla. In effetti, è una forma di dolore “silenzioso”, ma per questo ancora più facile da ignorare.
In fondo, il fatto che non emettano suoni non significa che non stiano combattendo per la sopravvivenza. Significa solo che non comprendiamo il loro linguaggio.
Nuovi strumenti per misurare il dolore animale: il Welfare Footprint Framework
A dimostrare tutto ciò non sono state impressioni soggettive, ma strumenti scientifici all’avanguardia. Il Welfare Footprint Framework, sviluppato per valutare il benessere animale, non si limita a dire se un pesce soffre, ma stabilisce quanto tempo trascorre in uno stato di disagio o dolore. Una vera rivoluzione nella ricerca sul benessere animale.
Grazie a questo approccio, è stato possibile confrontare la sofferenza generata da diverse pratiche di pesca e allevamento. Ed è emerso che l’asfissia all’aria aperta, spesso su letti di ghiaccio, è una delle modalità più lente e crudeli di morte. Il freddo non riduce la sofferenza: anzi, la prolunga.
Ma c’è di più. Il dolore non nasce nel momento esatto in cui il pesce viene pescato. Inizia prima: nel trasporto, nella manipolazione, nel tempo trascorso in contenitori sovraffollati. Fattori che, nel complesso, generano un carico di stress cronico che si aggiunge al momento finale dell’agonia.
Pesca e responsabilità etica: una scelta che riguarda tutti
Ora che sappiamo che i pesci provano dolore, la questione non può più essere ignorata. Continuare a pescarli, venderli o mangiarli senza riflettere è una forma di cecità etica. Non si tratta più di opinioni, ma di fatti scientifici. E ogni fatto porta con sé una responsabilità.
Ognuno di noi è coinvolto. Chi pesca per hobby, chi sceglie quale pesce comprare, chi lo ordina al ristorante: ogni scelta alimenta un sistema. E proprio per questo, ognuno può scegliere di cambiare. Limitare il consumo di pesce, informarsi sulle modalità di pesca, premiare metodi meno cruenti: sono azioni possibili, oggi più che mai.
La scienza ha fatto la sua parte, ora tocca alla coscienza collettiva. Perché non si tratta solo di tradizioni culinarie o commercio, ma di empatia, rispetto e consapevolezza.
Conclusione
Alla domanda “i pesci provano dolore?“, oggi possiamo rispondere con certezza: sì, soffrono. Non è un’opinione, ma una verità scientifica documentata. Un’agonia lunga, silenziosa, ma concreta. Ed è una sofferenza che ci coinvolge, ogni volta che decidiamo cosa portare in tavola.
Aprire gli occhi può essere scomodo, ma è l’unico modo per iniziare un cambiamento. I pesci non chiedono nulla. Ma hanno diritto, almeno, a non soffrire inutilmente.
Fonte: Scientific reports
Redazione
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