Eruzione alle Tonga, esperto INGV: “conseguenze apocalittiche se fosse avvenuta sulla terra”
Il vulcanologo Boris Behncke ha commentato l’eruzione del vulcano sottomarino Hunga Tonga-Hunga Ha’apai, nell’arcipelago delle Tonga, nell’Oceano Pacifico
”Se un’eruzione di questa portata fosse avvenuta sulla terra, penso al Vesuvio o ai Campi Flegrei, le conseguenze sarebbero state apocalittiche”: è quanto ha affermato il vulcanologo tedesco Boris Behncke, ricercatore dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia presso l’Osservatorio Etneo di Catania, commentando in un’intervista all’Adnkronos l’eruzione del vulcano sottomarino Hunga Tonga-Hunga Ha’apai, nell’arcipelago delle Tonga, nell’Oceano Pacifico. ”Nella sfortuna, la fortuna è stata che una simile eruzione si sia verificata in una zona estremamente remota e poco abitata. Se fosse avvenuta a terra in una zona popolata, non avrebbe causato uno tsunami, ma avrebbe provocato devastazioni anche a distanza di diversi chilometri”.
A Tonga, ”l’eruzione, che ha avuto conseguenze molto gravi sulle isole vicine, è stata probabilmente amplificata nella sua violenza perché avvenuta nell’interfaccia tra mare e atmosfera. Un’intera isola, che si era formata 6-7 anni prima e che era cresciuta proprio prima dell’attività esplosiva, è andata distrutta”.
Un aspetto ”molto affascinante dal punto di vista scientifico”, è ”il numero sorprendentemente basso” di vittime, dovuto, oltre al fatto che si tratta di isole poco popolate, anche agli ”abitanti molto preparati. Anche se non hanno memoria di un’eruzione vulcanica simile, hanno visto terremoti molto forti, cicloni, uragani, tsunami. Quindi sono subito scappati verso zone più alte, si sono attaccati agli alberi…”. Un problema al momento è dato dalla presenza delle ”cenere che può derivare dalla nube eruttiva e contiene sostanze potenzialmente tossiche. Quando la cenere si deposita sulla terra, come avviene con l’Etna, viene lavata. Ma a Tonga la situazione è resa più complicata dal deposito in mare della cenere, che contiene zolfo, cloro e altre sostanze”.
La violenta eruzione, però, non influenzerà il clima globale perché ‘‘la quantità di anidride solforosa iniettata nella stratosfera” dopo l’eruzione ‘‘è stata troppo esile per avere un impatto apprezzabile sul clima globale e per produrre un raffreddamento,” ha evidenziato il vulcanologo INGV. Dopo una grande eruzione vulcanica, ”ci può essere un raffreddamento in uno o due anni di un decimo di grado centigrado”. E’ successo ad esempio ”nel 1991 con l’eruzione del vulcano Pinatubo nelle Filippine, una delle più grandi eruzioni dell’ultimo secolo”. In quell’occasione ci fu una diffusione ”molto importante di anidride solforosa”, mentre quella immessa nella stratosfera dal vulcano delle Tonga “non è sufficiente per avere un impatto apprezzabile sul clima globale”.
La quantità di anidride solforosa emessa dal vulcano delle Tonga è ”quaranta volte inferiore” rispetto a quella del Pinatubo.
Secondo Behncke è difficile immaginare un’eruzione di un vulcano marittimo di portata simile a quello delle Tonga nei mari italiani.
All’Adnkronos il vulcanologo ha affermato: ”Un’eruzione così violenta di un vulcano sottomarino non me l’ha aspetto nei nostri mari’‘. Citando il Marsili, localizzato nel Tirreno tra Palermo e Napoli, l’esperto ha ricordato che si trova a ”una profondità molto grande” rispetto al vulcano delle Tonga, e che ”la pressione della colonna di acqua sopprime in gran parte la sua energia esplosiva”.
Il vulcano nelle Tonga ”non si può escludere che erutti ancora”, perché già ”in passato, circa un migliaio di anni fa, ha registrato un’eruzione simile, molto violenta. Sembra dunque ciclico”.
Foto Ansa
Filomena Fotia
Fonte: www.meteoweb.eu
