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Un matematico dice di aver dimostrato l’ipotesi di Riemann, un problema da un milione di dollari

Michael Atiyah, scienziato britannico, ha svelato dal palco dello Heidelberg Laureate Forum di aver dimostrato l’ipotesi di Riemann, uno dei problemi matematici più difficili al mondo. Ma è troppo presto per dire se sia vero

Un titolo di appena quattro parole, L’ipotesi di Riemann, e un abstract altrettanto lapidario: “L’ipotesi di Riemann è un famoso problema irrisolto postulato nel 1859. Ne presenterò una semplice dimostrazione, ottenuta utilizzando un approccio radicalmente diverso. Si basa sui lavori di von Neumann (1936), Hirzebruch (1954) e Dirac (1928)”. Parole che ai profani non dicono niente, ma che per la comunità matematica suonano come una cannonata. Perché l’ipotesi, o congettura, di Riemann è uno dei problemi matematici più difficili al mondo, che aspetta una dimostrazione da circa 160 anni. Uno scoglio contro il quale si sono infranti, rompendosi la testa, centinaia di ricercatori in tutto il mondo. Tanto che è stata inserita nei cosiddetti Millennium Problems, un insieme di sette quesiti matematici la cui soluzione vale un milione di dollari (ciascuno) gentilmente offerti dal Clay Mathematics Institute.

A sostenere di aver appena dimostrato la congettura, mettendo così una zampa sul malloppone, è stato sir Michael Atiyah, matematico britannico novantenne di altissimo spessore accademico (Medaglia Fields nel 1966; Medaglia Royal nel 1968; Medaglia De Morgan nel 1968; Medaglia Copleydel 1988; Premio Abel nel 2004.

Se fosse esistito il Nobel per la matematica, avrebbe sicuro vinto pure quello). Dal palco dello Heidelberg Laureate Forum, un importante convegno di scienziati in Germania, ha raccontato in poco meno di un’ora come, partendo dallo studio della costante di struttura fine (un parametro fisico che mette in relazione le principali costanti dell’elettromagnetismo) sia riuscito, quasi incidentalmente, a dimostrare “in modo molto semplice”la famosa congettura di Riemann.

Di Sandro Iannaccone

Fonte:www.wired.it

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