Quindi cosa ha trovato Philae sulla Cometa?

Resi noti i primi dati ottenuti grazie alla strumentazione di bordo del lander: le molecole organiche ci sono. E Philae potrebbe tornare attivo già in primavera.

Quindi cosa ha trovato Philae sulla Cometa?

in foto: I punti toccati dal lander prima dell’atterraggio

Dopo aver dato il massimo, come ben sappiamo, Philae è piombato in un sonno profondo, ibernandosi in attesa che una fonte di luce arrivi a riattivare tutti i suoi strumenti attraverso i pannelli solari. Adesso la buona notizia è che, probabilmente, non ci toccherà aspettare molto prima di vederlo nuovamente all’opera: Stephan Ulamec, il lander manager, aveva previsto un ritorno in attività per il prossimo agosto, ma pare che questa data potrebbe addirittura anticiparsi alla primavera del 2015. Durante la notte venerdì e sabato, infatti, gli esperti della missione Rosetta sono riusciti nel loro obiettivo di far ruotare l’oggetto di 35 gradi, per esporne così il pannello solare maggiore in direzione del Sole; nel frattempo l’orbiter è sempre al lavoro, collezionando informazioni relative alla prima Cometa che un essere umano “osserva” così da vicino. Ma quali dati ha raccolto, invece, il lander prima di addormentarsi? Adesso lo sappiamo: un primo comunicato dell’ESA ha infatti spiegato cosa ha scoperto Philae durante la sua permanenza “da vigile” sulla 67P/C-G.

Dura come… una Cometa!

Un grande contributo all’osservazione della Cometa è stato dato dallo strumento MUPUS (Multi-Purpose Sensors for Surface and Subsurface Science), attivo già al momento in cui Philae si è staccato da Rosetta. Ricorderete come il primo atterraggio, avvenuto alle 15:34 GMT e confermato quando è stato ricevuto il segnale alle 16:03 GMT, non sia andato esattamente secondo i piani: gli arpioni non hanno funzionato come avrebbero dovuto, portando a due lunghi “rimbalzi”: ebbene, benché i sensori termici e l’accelerometro di MUPUS fossero proprio parte integrante degli arpioni e siano quindi andati fuori gioco a causa di questo turbolento arrivo, il sistema è riuscito comunque a lavorare durante la discesa e i tre balzelli, registrando una temperatura di quasi 170° sotto zero.

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Conoscere cosa cela quella terra gelida, tuttavia, si è rivelata un’impresa non da poco per i pur esperti uomini dell’ESA, dato che il martello che aveva iniziato ad “assaggiare” il terreno si è ritrovato incapace di progredire oltre pochi millimetri, pur avendo lavorato al massimo della potenza possibile: probabilmente si è trovata ad incontrare «una superficie dura, dalla resistenza paragonabile a quella del ghiaccio solido» ha spiegato Tilman Spohn, principal investigator per MUPUS. In ogni caso, i risultati della termografia e del tentativo di “martellamento” hanno consentito agli studiosi di concludere che la superficie della Cometa presenta uno strato superiore consistente in 10-20 centimetri di polvere compatta, il quale cela al di sotto uno strato di ghiaccio più forte mescolato con altre polveri.

Anche l'”orecchio” di Philae, chiamato SESAME  (Surface Electrical, Seismic and Acoustic Monitoring Experiment), ha confermato che la Cometa non è affatto soffice ed ha inoltre rilevato che il sito di atterraggio non previsto del lander non presenterebbe tracce di attività cometaria: in compenso, c’è una gran quantità di acqua ghiacciata al di sotto di esso.

Molecole organiche

E poi è arrivato il risultato più atteso, motivo di gioia per quanti hanno creduto in questa missione e non si sono lasciati scoraggiare dalle pur molte e impreviste difficoltà a cui è andata incontro, soprattutto nelle ultime fasi. COSAC (Cometary Sampling and Composition Experiment), il sistema incaricato di “fiutare l’aria” andando a caccia di molecole organiche complesse, ha captato qualcosa nella rarefatta atmosfera della 67P/C-G. Molecole organiche, appunto, anche se non è stato ancora possibile specificare di che tipo: gli esperti sono all’opera per esaminarne lo spettro e, soltanto allora, potranno darci informazioni più precise. Anche PTOLEMY, l’altro fondamentale strumento con il compito di scovare eventuali “mattoni della vita”, ha fatto quel che doveva fare come pianificato: adesso gli scienziati avranno bisogno di analizzare i dati per comprendere se anche il sottosistema Sampling, Drilling and Distribution (SD2) ha portato a termine la sua missione di prelievo di campioni di suolo per COSAC e PTOLEMY e se tali campioni sono stati realmente esaminati attraverso la gascromatografia.

Di Nadia Vitali

 

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