La Natura ha modi sorprendenti di rispondere agli avvenimenti che ne minacciano l’equilibrio. Mentre la maggior parte della plastica presente nei mari si raggruppa a formare pericolose isole di inquinamento (Vedi l’articolo Great Pacific Garbage Patch: un oceano di plastica!), ad alcuni di questi residui dell’attività umana tocca una sorte diversa, che li destina a esistere per un tempo probabilmente ancora più lungo di quello che si poteva ipotizzare.

La geologa Patricia Corcoran, della University of Western Ontario di London, in Canada, e Charles Moore, capitano della nave di ricerca etnografica “Alguita“, hanno ritrovato alle Hawaii delle curiose rocce formatesi a partire da residui di rifiuti plastici. Tra i residui rocciosi, sono ancora riconoscibili quelli che prima erano spazzolini da denti, forchette, legacci e moltissimi altri oggetti di uso quotidiano.
Secondo gli studiosi, la formazione di queste rocce di plastica avviene quando i rifiuti vengono bruciati: il materiale, in questo modo, si fonde con rocce, sabbia, coralli, creando delle rocce destinate a documentare, proprio come un fossile, l’attività umana.
E’ questo aspetto a destare maggiori riflessioni da parte degli studiosi, secondo i quali si apre la possibilità, per questi agglomerati, di resistere attraverso i millenni e di documentare in questo modo le zone e i periodi storici di maggiore attività umana nel mondo.
I ritrovati plastico-rocciosi, infatti, sembrano non essere destinati a rimanere dei singolari episodi isolati: ovunque vi sia presenza umana caratterizzata da uso di plastica e vicinanza con zone sensibili a colate laviche, ma anche, più semplicemente, ovunque vi sia la possibilità di contatto tra plastica e fuoco, è possibile che si formino agglomerati di questo tipo e di dimensioni anche maggiori.
La plastica, di conseguenza, potrebbe avere una vita ancora più lunga di quanto ritenuto possibile su questo Pianeta: un motivo in più per farne un uso limitato e consapevole…
Di Martina Pugno
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