Dieci giochi che facevamo noi e che i bambini di oggi non fanno quasi più

Benché alcuni di questi giochi non siano ancora del tutto scomparsi, è probabile che la concorrenza di altri intrattenimenti e la mancanza – almeno in Italia – di spazi sufficienti faranno di questi intrattenimenti solo ricordi buoni per le generazioni comprese tra gli anni Settanta e Novanta.

 

I tempi cambiano, ma la voglia di giocare no. In etologia, la scienza che si occupa del comportamento degli animali, il gioco è un’attività la cui utilità è nota da tempo: aiuta a sviluppare il fisico, ad apprendere le dinamiche della caccia, ad allenare la mente e a comprendere l’importanza dei legami sociali. Nel gioco esistono infatti delle regole (implicite nel mondo animale, spesso esplicite in quello dell’uomo) e delle logiche che insegnano a cooperare piuttosto che a fare tutto da soli: “quello non passa mai la palla”, si dice in tono accusatorio. Poi c’è la fantasia, che è il Verbo che crea, ma nella testa del bambino. Attraverso questa produzione mentale è possibile giocare da soli e dare un’anima alla materia immobile. Anche in questo caso il gioco diventa una cosa seria, perché attraverso la fantasia il bambino si dà un equilibrio, assegnando ad un mondo magico il compito di spiegare ciò che all’apparenza non ha spiegazione. Ma i tempi cambiano, dicevamo, e quella che negli anni Ottanta e Novanta era la nostra attività ludica, oggi assume forme diverse. Vediamo dunque quali sono quei giochi che andavano per la maggiore trent’anni fa e che oggi invece sono in estinzione:

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1) meccano
2) trenino
3) giochiamo appalla?
4) biglie sulla spiaggia
5) nascondino
6) telefono senza fili
7) scemo in mezzo
8) mignolino
9) campana
10) pelota

 

Meccano

 

Il meccano imponeva un progetto, senso delle proporzioni, forza per avvitare e fantasia: quella necessaria per dare un senso all’opera una volta completata. C’era il baule di legno di trent’anni tramandato dagli odierni nonni – e che contenevano autentici pezzi arrugginiti di ferro bucherellato e viti – e c’erano poi le scatole di cartone con costruzioni centellinate quasi a etti. Per fare un’opera che fosse degna di mostra alla famiglia dovevi mettere insieme i regali di compleanno, Natale ed onomastico. E ricominciare così per diversi anni. Poi a quel punto avevi una certa età e mettevi da parte il meccano. Oggi il meccano sarebbe sostituito da un app e su Google troveresti progetti e soluzioni.

 

Trenino

 

Il primo fan del trenino era il papà, che ti spiegava il senso del trasformatore e ti dava consigli su vagoni e locomotive. Poi andava a lavorare e del trenino facevi ciò che diceva la tua indole: c’era il bambino-ingegnere appagato dalla costruzione, quello contemplativo che ne osservava il  circolare e quello da  movie che simulava corse poco credibili tra locomotive, cavalli e macchine. Un bambino di oggi non riuscirebbe nemmeno a riconoscere la locomotiva di diretti e regionali, data la progressiva scomparsa di questi mezzi di trasporto economici. Al più gli potresti parlare di Tav, ma ti direbbe che per le tratte lunghe conviene comunque un volo .

 

Giochiamo a pallone?

 

Uscivi senza un motivo preciso e qualcuno, puntualmente, portava almeno un Supersantos sotto al braccio. A quel punto, dopo un giro, qualcuno si decideva: “giochiamo a pallone?” (a volte suonava come “giochiamo appalla?”). E a quel punto giocavi, anche se eravate in due e vi dovevate impegnare nella nobile e faticosa disciplina della “scartata” (uno contro uno con portiere all’americana). Poi arrivava il guardiano del parco, sostenitore di regolamenti che allora sembravano assurdi. Diceva “ti buco il pallone”. Tu non gli credevi e lui te lo bucava davvero (restituendoti la carcassa). Oggi quei regolamenti sono ampiamente accettati e gli anziani che girano nel parco finalmente non devono più temere il rumore sordo del Supersantos sulla loro guancia. I bambini che allora non potevano ricomprare il pallone nemmeno con una colletta, oggi – secondo le spietate regole urbane – devono affittare un campo di calcio. E spesso vincono Play e Wii (ovviamente).

 

 

In molti dei territori più svantaggiati la mancanza di spazi per l’accesso al gioco e allo sport penalizza i bambini, privandoli di importanti opportunità di crescita educativa e personale. Save the Children sta combattendo il fenomeno della povertà educativa dei bambini in Italia con la campagna Illuminiamo il Futuro e con i Punti Luce, spazi educativi in aree svantaggiate di alcune città.

 

Biglie sulla spiaggia

 

Con il sole che graffiava il cuoio capelluto, ti mettevi là a tracciare un percorso, da scavare successivamente e da bagnare poi di tanto in tanto. Accovacciato – con un occhio chiuso e l’altro in linea con la biglia per studiare traiettorie fantastiche – facevi il tuo colpo. Ed era un ammirevole capolavoro di fisica (disciplina che neanche conoscevi). Dopo 20 minuti i contendenti era così ricoperti di sabbia da aver prodotto un effetto camaleontico perfetto: le biglie si muovevano quasi da sole, apparentemente mosse da lenzuola di sabbia. Oggi, considerata la bassa soglia di tolleranza dei bagnanti e il grado di affollamento delle nostre spiagge, per fare una pista da biglie come si deve, un bambino dovrebbe ottenere la maggioranza qualificata dei consensi dei presenti per poi poter richiedere una concessione al comune.

 

Nascondino

 

Era un gioco che si cominciava a fare così presto che ai partecipanti bisognava chiedere fino a quanto si sapesse contare. Le tecniche più in voga – e diametralmente opposte – erano: nascondersi vicinissimi alla tana tentando di sorprendere così “chi era sotto”, oppure lontano, molto lontano. E’ per colpa di questa seconda specie di giocatori che è stato poi necessario stabilire sulla mappa dei limiti geografici al gioco. C’erano poi quelli che si nascondevano benissimo, ma avevano paura di uscire allo scoperto e fare “tana libera tutti”. In quei casi il gioco durava ore ed ore, in una sorta di immobilismo che faceva del nascondino un misto tra “gioco del silenzio” e “non si muove una foglia”. Noia assoluta, ma almeno correvi e stavi nel verde.

 

Telefono senza fili

 

Questo gioco è stato semplicemente superato  dagli eventi. Se parli di “telefono senza fili” ad un bambino di oggi ti chiederà, probabilmente, “quale filo?”. Il gioco era tremendamente infantile, ma produceva risultati da reparto geriatrico perché solo oltre i 70 si sarebbe potuta giustificare la durezza di orecchio di quei bimbi che tramutavano una frase innocente in un racconto di dubbia moralità o senso. Il che produceva risate a crepapelle, ma in quel gruppetto festante si nascondeva il bambino che avrebbe affrontato di lì a breve visite e visite dall’otorino.

 

Scemo in mezzo

 

Se perdevi la “conta”, per te il gioco, con il suo nome, già cominciava male con una bella offesa (“scemo”). Di solito la regola imponeva il gioco palla a terra, altrimenti recuperare la sfera poteva diventare impossibile. Per chi si trovava “sotto” la speranza era quella di trovarsi a giocare in uno spazio non troppo esteso – magari un viale stretto – che permettesse di poter recuperare il pallone in qualche modo. Viceversa era tremendamente noioso e finiva con una resa dello “scemo”. Addestrato dal padre al mantra della concorrenza, oggi un bambino difficilmente accetterebbe di essere offeso per gioco e secondo regole precise: il personal brand ne uscirebbe leso e il suo prezzo sul mercato scenderebbe sensibilmente.

 

Mignolino

 

Era un’opera di fantasia e riciclo creato dai bambini: le figurine in “sovrapproduzione” venivano riutilizzate come carte da gioco. Un calciatore si trovava così – senza un motivo ben preciso se non la volontà degli scolari – a dover capovolgere se stesso e l’avversario. Chi vinceva conservava la propria figurina e prendeva quella dell’avversario. La penalità più frequente era quella di aver “trascinato”, ossia quella di non aver dato un colpo secco al bordo della carta ma di averne forzato eccessivamente il capovolgimento. Una regola vaga, sprovvista di riferimenti precisi, che veniva interpretata dal gran giurì di esperti che formava un capannello intorno ai contendenti. Oggi esistono giochi di carte ad hoc per bambini: sono divertenti ed esercitano la fantasia. Ma manca il riciclo.

 

Campana

 

Sul terreno prendevi un bastoncino e disegnavi 7-10 caselle, mentre sull’asfalto necessitavi di un gessetto. Il gioco non era semplicissimo né per regole né per l’esecuzione e ti portava a saltellare  e a sinistra, mentre gli astanti aspettavano con il fiato sospeso il momento del tuo capitombolo. Oggi il gioco manca di due cose: di chi ne tramandi le regole e di spazio. Se in città disegni dieci caselle per terra, dopo cinque minuti vi trovi parcheggiati scooter e microcar.

 

Pelota

 

Prendevi un pallone non troppo pesante, sfidavi gli amici e ti trovati a correre a destra e a sinistra di fronte ad un muro. Per giocare a pelota – nella sua versione non agonistica ed ufficiale – bastava questo: un pallone ed una parete. E poi tanto fiato, perché, se si giocava uno contro uno, non c’era mai un attimo di pausa. Se invece il numero dei giocatori aumentava, uno degli spettacoli più divertenti era quello degli avversari che si scontravano in mezzo al “campo”, mentre la palla faceva tristemente il suo secondo rimbalzo al suolo accanto ai giocatori. Oggi la pelota si pratica nei pochi sterisferi diffusi nel paese, perché se provate a far rimbalzare un pallone su un muro qualsiasi, state certi che qualcuno verrà a reclamarne la proprietà.

 

Fonte: www.fanpage.it

 

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