Il gran caldo spingono lo yeti verso nord ma la ricerca continua

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Secondo alcuni ominologi russi, l’estate siberiana 2012, insolitamente calda, sta costringendo gli Yeti del Kuzbass a lasciare il loro l’habitat abituale, per spostarsi verso il nord della regione dei Monti Shoriya, nel sud della regione di Kemerovo, ma molto più a nord dellaGrotta di Azasskaya, luogo che i giornalisti russi hanno già battezzato “habitat naturale dello Yeti”.

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Intanto, la ricerca dello Yeti continua. Se da una parte la figura dell'”uomo delle nevi” è diventata oggetto di miti, leggende e folklore, dall’altra numerosi studiosi, tra cui genetisti, antropologi e zoologi, sono convinti che prima o poi l’uomo selvatico delle nevi verrà individuato.

Credere o no ai racconti sugli incontri con l’uomo delle nevi, ognuno lo decide da sé. Sebbene lo Yeti sia ormai diventato materia di leggenda e di folklore, ancora oggi continuano a giungere testimonianze di persone che affermano di avere avuto un incontro ravvicinato con questa misteriosa creature. Di recente, per esempio, un gruppo di pescatori della località di Toz, nella taiga, ha affermato di aver visto due esseri alti dall’aspetto strano, a pelo lungo. Le creature sono state osservate mentre bevevano acqua, senza reagire ai saluti entusiasti dei pescatori.

Il direttore del Centro internazionale di ominologia di Mosca, Igor Burtsev, studia lo Yeti già da quasi mezzo secolo. Collabora con migliaia di ricercatori-volontari di tutto il mondo, nonostante l’ominologia non sia ufficialmente considerata scienza. “Gli Yeti sono stati osservati in tutto il mondo”, afferma Burtsev. “Nella regione dei Monti Shoriya, in Russia, si registra loro maggiore popolazione.

Siamo giunti alla conclusione che questo essere, in sostanza, è un ominide intelligente, poiché è in grado di comunicare con i suoi simili e con uomini. E questa è una delle caratteristiche principali dell’intelligenza. Un altro conto è il fatto che abbiano un aspetto diverso dal nostro. Questi esseri si sono adattati perfettamente all’ambiente naturale. Vivono allo stato selvatico, si comportano praticamente come gli animali, non usano strumenti di lavoro, abbigliamento e fuoco anche se sono abbastanza intelligenti. In sostanza si sono allontanati dall’uomo per abitare luoghi di difficile accesso e poco frequentati dall’Homo Sapiens“.

Lo scorso ottobre una spedizione internazionale è giunta nella grotta di Azasskaya, che i cacciatori del luogo hanno a lungo associato con Tag eziSpirito della Tajga. Studiosi provenienti da USA, Canada, Svezia, Estonia e Russia certo non hanno trovato alcuno yeti, ma hanno trovato un’impronta gigante, vicino alla quale sono stati rinvenuti dei peli. Questi sono stati strappati dall’argilla umida dai piedi pelosi di un essere sconosciuto e si sono rivelati peli ondulati della lunghezza di 8 centimetri, tutti grigi ma con le radici nere.

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Le analisi compiute sul campione di pelo all’Istituto zoologico presso l’Accademia delle Scienze russa di San Pietroburgo, con l’aiuto di un microscopio elettronico a scansione,  secondo i ricercatori dimostrerebbero che lo Yeti del Kuzbass non è affatto un mito. Il pelo risulta essere identico ai peli di altri esseri rinvenuti alcune decine di anni fa in California, nella regione di Leningrado e negli Urali, racconta uno dei partecipanti alla spedizione, l’accademico Valentin Sapunov: “Sono simili ai peli dell’uomo delle nevi ritrovati in altri luoghi del globo terrestre. Chiaro che anche in quei casi abbiamo potuto sbagliare, ma fare lo stesso tipo di errore con ricerche differenti è alquanto irreale”.

“I quattro test effettuati – continua il biologo – hanno dimostrato una somiglianza morfologica tra i peli esaminati, dunque gli yeti dei diversi angoli del mondo sono esseri simili. Solo l’analisi del DNA potrà mettere un punto nella disputa sulla relazione tra esseri umani e uomo delle nevi. Gli studiosi del gruppo di sistematica molecolare dell’Istituto Zoologico dell’Accademia delle Scienze cercheranno ora di estrarre il DNA dai frammenti ritrovati. Quando sono stati ritrovati peli di yeti vicino a San Pietroburgo e sugli Urali non era stato possibile studiare il DNA per l’inadeguatezza dei mezzi. Gli americani, invece, pur essendo riusciti a separare il DNA, non sono stati creduti dal mondo scientifico. Avevano dichiarato che il DNA umano non si differenzia in niente da quello dello yeti”.

Il noto genetista Brian Sykes, professore del Wolfson College presso l’Università di Oxford, intende mettere un punto definitivo alla lunga polemica sull’esistenza o meno dello Yeti e se sia, in qualche maniera, imparentato con l’uomo. Utilizzando nuove tecnologie più avanzate, il ricercatore americano costruirà le proprie tesi sulla base di dati oggettivi. Per iniziare, lo studioso utilizzerà come modello gli ipotetici resti dell’uomo delle nevi conservato nel museo zoologico di Losanna. Ha anche pubblicato sul sito del museo un invito a portargli tutti i resti di probabili abitanti misteriosi dei luoghi più difficilmente raggiungibili della Terra. Non si sa se gli ominologi russi risponderanno al suo invito. Bryan Sykes conta di rendere note le conclusioni delle sue ricerche nel mese di dicembre.

La caccia allo Yeti continua

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Nuove tracce dell’uomo delle nevi sono state ritrovate nel sud della regione di Kemerovo, nella Siberia sud-occidentale. Una nuova spedizione di ominologi italiani è partita alla ricerca dello Yeti nella Svizzera siberiana, come viene chiamato il territorio diGornaya Shoriya a sud della regione. Gli esploratori sperano incontreranno le persone del luogo che affermano di aver visto le creature misteriose e visiteranno i luoghi in cui periodicamente vengono rinvenute tracce del loro passaggio: lagrotta di Azasskaya e la montagna di Karatag (Tajikistan), che in turco vuol dire “Montagna nera”.

Nella regione di Gornaya Shoriya vengono perennemente rinvenute gigantesche impronte, la cui lunghezza raggiunge i 45 centimetri. Lo yeti è divenuto ormai da tempo un brand turistico per questi luoghi. A partire dallo scorso anno, si celebra addirittura la Giornata dell’uomo delle nevi, con la quale si apre la stagione sciistica, e ovunque si vendono souvenir che lo raffigurano.

Al giorno d’oggi la figura dell’ “uomo selvatico”, creatura umanoide, schiva e villosa che vive lontana dalla società e dagli altri esseri umani è per lo più divenuta materia di studio per mitologi, folkloristi ed antropologi culturali, che vedono in essa un portentoso archetipo carico di significati allegorici e simbolici generato dall’inconscio collettivo e privo di qualunque tipo di riferimento concreto nel mondo reale.

Eppure sino alla metà del diciottesimo secolo, cento anni prima dell’avvento delle teorie darwiniane e della nascita della paleoantropologia, l’esistenza di specie umane diverse dall’Homo sapiens era ufficialmente accettata, al punto che queste erano presenti fino alla dodicesima edizione (l’ultima curata dal suo ideatore) dell’autorevole Systema Naturae di Carl Nilsson Linnaeus (1707-1778). E’ così curioso constatare come il nome scientifico che delinea la nostra specie, non sia stato coniato per distinguere l’uomo moderno dalle estinte forme del record fossile quali ad esempio Homo erectus o Homo neanderthalensis, ma appositamente introdotto da Linneo per distinguere l’Homo sapiens, definito come “diurno”, dall’Homo Troglodytes, (o selvatico) definito come “silvestre” o “notturno”.

E’ altresì interessante notare come le convinzioni dell’esistenza di “quest’altra umanità”, i cui riferimenti scompaiono per sempre nelle successive edizioni del Systema redatte dai discepoli di Linneo, non siano state, come erroneamente si crede, spazzate via con il graduale diffondersi delle idee illuministiche, ma bensì da restrizioni mentali tutt’altro che scientifiche. Fu infatti il protestante tedesco Joahnn Friedrich Gmelin (1784-1804) a compiere la drastica revisione alle vedute che Linneo aveva del genere umano, perché considerate contro i principi della Chiesa in virtù del fatto che: “Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza e questo uomo può essere solo l’Homo sapiens perché Dio non può somigliare ad un uomo scimmia”.

Ad ogni modo, a prescindere dal reale motivo che fu alla causa di questa prima esclusione dai tableaux della zoologia, la posizione ufficiale del mondo accademico in tal senso è categorica: l’Homo sapiens è la sola ed unica specie umana attualmente presente sul Pianeta. A rigor di logica contestare una simile affermazione sarebbe operazione priva di senso: se escludiamo le forme estinte rese disponibili dalla documentazione fossile, che si fermano a circa 25.000 anni fa con Homo neanderthalensis, non si possiede ne è stato mai esaminato in laboratorio un singolo cadavere o anche soltanto un resto anatomico di altre specie umane contemporanee oltre alla nostra, ma d’altra parte le numerose e spesso corroboranti prove circostanziali (impronte sul terreno, peli, escrementi, rifugi costruiti con i rami, etc.) raccolte in un ampio arco spaziotemporale da rispettabilissimi ricercatori, dovrebbero insinuare dei dubbi sul fatto che forse, come quanto affermato dal famoso primatologo John Napier, “in questo caso assenza di prova non significa necessariamente prova di assenza”.

Ominologia, la scienza degli “ominidi relitti”.

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“Ominologia” è un neologismo ideato dal ricercatore russoDmitry Bayanov agli inizi degli anni ’70 per dare un nome allo studio di possibili forme di ominidi viventi diverse dall’Homo sapiens. Il pioniere di questi studi fu il Professor Boris Porshnev, che per primo utilizzò il termine “ominidi relitti“, (il termine “relitti” sta ad indicare sopravvissuti) ma le cui idee non furono mai prese in seria considerazione dalla maggior parte degli esponenti della scienza ufficiale.

L’interesse di Porshnev per l’insolita materia ebbe inizio negli anni ’50, quando i media di tutto il mondo avevano puntato il proprio interesse sulla leggendaria creatura himalayana conosciuta in occidente con il nome di “yeti”.Porshnev in qualità di storico era da sempre un grande appassionato del mistero delle origini dell’uomo e l’evanescente essere che i giornali chiamavano alquanto fantasiosamente “abomineviole uomo delle nevi” era dipinto con caratteristiche tali da fare irresistibilmente pensare a quel famoso “anello di congiunzione” tra uomo e scimmia che gli antropologi ed i paleontologi di tutto il mondo avevano tanto a lungo cercato.

L’interesse era tale e la mole di testimonianze ed informazioni provenienti dall’alloraUnione Sovietica (e zone limitrofe) talmente corposa, che Porshnev decise di istituire una commissione dedita alla ricerca ed allo studio degli “ominidi relitti”, presso l’Accademia delle Scienze di Mosca. Riassumere in breve i dati raccolti da Porshnev ed il suo team sarebbe impresa impossibile in questa sede, ci limiteremo a riportare le conclusioni del professore russo, secondo il quale gli avvistamenti di strane creature umanoidi in zone remote ed inospitali dell’Asia, erano spiegabili con la sopravvivenza odierna di sacche relitte di popolazioni di uomini di Neandertal, spintisi sempre più verso est per sopravvivere alla competizione con l’Homo sapiens.

 

Conclusioni

Allo stato attuale dei fatti l’uomo selvatico rimane una leggenda. Fino a che un esemplare od un reperto anatomico non potranno essere studiati con attenzione nessuna altra specie umana oltre alla nostra sarà inserita nel catalogo della biodiversità del Pianeta. Tuttavia fino a che il mondo accademico non sarà disposto ad aprire un po’ di più la sua mente verso questo problema, l’eventualità di una simile scoperta resterà per sempre solo vagamente auspicabile.

Il caso dell'”uomo del ghiaccio del Minnesota” è un esempio lampante di ciò. Il campione, per quanto di apparente dubbia autenticità, per un certo periodo fu facilmente raggiungibile ed esaminabile, per quanto non approfonditamente, da chiunque (accademici compresi) fosse stato abbastanza curioso ed interessato per farlo. Eppure solo tre zoologi si presero questo disturbo, affrontando la “paura del ridicolo” che è il grande male della scienza odierna.

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Esistono tuttavia ricercatori di fama internazionale come Yves CoppensGeorge SchallerJane Goodall e molti altri che incoraggiano questo tipo di indagini: da ricercatori sul campo conoscono bene il valore delle prove circostanziali e sanno che la scienza impone che i dubbi, per quanto flebili possano essere, vadano dipanati. Le evidenze indirette che farebbero pensare alla possibile sopravvivenza di altri rappresentanti del genere Homo sul Pianeta non sono poche e non sono sottovalutabili.

Moltissime testimonianze oculari di persone appartenenti a gruppi etnici e zone molto distanti l’una dall’altra sembrano collimare per quanto concerne descrizione fisica e comportamento, piste di impronte di piedi nudi aventi caratteristiche anatomiche non compatibili con l’Homo sapiens sono state ritrovate in aree isolate e remotissime, lontane chilometri dai più vicini insediamenti umani, e sono stati condotti esami tricologici e parassitologici su campioni di pelo ed escrementi attribuiti a questi esseri, le cui conclusioni non hanno permesso di stabilirne l’appartenenza a specie note e già catalogate. La ricerca dell’uomo selvatico merita di continuare.

Fonte: http://ilnavigatorecurioso.myblog.it/archive/2012/08/06/anche-gli-yeti-soffrono-il-caldo-le-alte-temperature-li-spin.html

 

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