Esperienze pre morte: lo studio scientifico che ha registrato il cervello mentre stavano accadendo

Cervello umano monitorato con EEG durante uno studio scientifico sulle esperienze pre morte in sala rianimazione

Le esperienze pre morte affascinano da sempre scienza, filosofia e pubblico. Tunnel di luce, sensazione di pace, incontri con persone care: racconti che sembrano appartenere più alla spiritualità che alla neurologia. Oggi però qualcosa sta cambiando. Un recente studio ha provato per la prima volta a osservare cosa accade davvero nel cervello mentre queste esperienze si verificano in tempo reale. Non ricordi raccontati anni dopo, ma dati raccolti in sala rianimazione. Il risultato preliminare è sorprendente e mette in discussione molte convinzioni radicate: il cervello non si spegne, ma mostra una complessità inattesa proprio quando dovrebbe rallentare. Una scoperta che potrebbe costringere a rivedere gran parte di ciò che pensavamo di sapere sulle NDE.

Il primo studio scientifico sulle esperienze pre morte in tempo reale

La neuroscienziata Charlotte Martial dell’Università di Liegi ha guidato un progetto che fino a poco tempo fa sembrava irrealizzabile: registrare l’attività cerebrale dei pazienti mentre stavano vivendo l’esperienza. Per due anni, nella sala rianimazione dell’ospedale universitario, 180 pazienti arrivati con arresto cardiaco o gravi crisi fisiologiche sono stati monitorati con EEG fin dal momento del ricovero.

Il team del Coma Science Group interveniva rapidamente applicando il casco EEG mentre i medici d’urgenza lavoravano per salvare la vita dei pazienti. Tra tutte le persone monitorate, dodici pazienti hanno raccontato al risveglio di aver vissuto una NDE completa: tunnel di luce, profonda pace, incontri con figure familiari e la percezione di osservare la scena dall’esterno.

Il risultato preliminare, anticipato in un’intervista al sito Nautilus, rompe un paradigma consolidato: la complessità cerebrale era superiore a quella di individui svegli e coscienti. In coma, come previsto, questa complessità è molto bassa. Sotto psichedelici è elevata. Durante queste esperienze, invece, supera entrambe le condizioni.

In altre parole, proprio quando il cervello dovrebbe rallentare, accade l’opposto.

Perché misurare il cervello durante una NDE cambia tutto

Per decenni la ricerca si è basata quasi esclusivamente su testimonianze raccolte molto tempo dopo l’evento. Un limite enorme: i ricordi cambiano e si rielaborano nel tempo. Lo studio di Liegi segna una svolta perché osserva il fenomeno mentre accade.

Il parametro chiave è la complessità cerebrale, cioè quanto il cervello integra informazioni in modo flessibile. Nei dodici pazienti analizzati questa misura ha superato quella dei soggetti coscienti. Un dato difficile da ignorare perché nasce da registrazioni oggettive.

Nelle sale di rianimazione sono stati collocati oggetti nascosti sul soffitto e in punti visibili solo dall’alto. L’obiettivo è verificare una dichiarazione frequente: circa il 79% delle persone che raccontano una NDE afferma di aver osservato la scena dall’esterno, come riportato da Scientific American. Se fosse una percezione reale, qualcuno dovrebbe descrivere quegli oggetti. Se è una costruzione cerebrale, non accadrà.

La ricercatrice non si aspetta il primo scenario, ma ha progettato l’esperimento per renderlo scientificamente falsificabile.

Cosa succede nel cervello prima di morire secondo la neuroscienza

A marzo 2025 il team ha pubblicato su Nature Reviews Neurology un modello neurofisiologico chiamato NEPTUNE. L’idea è che quando il cervello entra in carenza di ossigeno si attivi una reazione a catena con rilascio massiccio di noradrenalina e serotonina in regioni cruciali per coscienza, percezione e memoria.

Secondo questa ipotesi non serve che l’intero cervello resti attivo: basta che alcune aree continuino a funzionare per generare un’esperienza soggettiva intensa e coerente.

La parte più provocatoria riguarda l’ipotesi evolutiva. Martial collega il fenomeno alla tanatosi, la finta morte osservata in molti animali quando fuga e combattimento non sono più possibili. Con l’evoluzione di cervelli complessi e del linguaggio, questo meccanismo potrebbe essersi trasformato in una forma di disconnessione mentale protettiva, una sorta di paracadute biologico che si attiverebbe solo quando non esiste più una via d’uscita.

Il problema dei ricordi delle esperienze pre morte

Un risultato meno discusso ma potenzialmente decisivo riguarda la memoria. I ricordi delle NDE non restano stabili nel tempo: cambiano. Seguiti nei mesi successivi, mostrano trasformazioni sorprendenti. Alcuni dettagli emergono dopo settimane, altri scompaiono.

Non c’è nulla di paranormale: la memoria umana è malleabile e, dopo una crisi fisiologica severa, può stabilizzarsi lentamente.

Qui emerge il dato più scomodo: circa il 98% della letteratura scientifica su questo tema è retrospettiva, raccolta anni o decenni dopo l’evento. Questo significa che molte testimonianze studiate finora non erano ricordi originali, ma versioni rielaborate nel tempo.

Ora che esistono strumenti per osservare il fenomeno in tempo reale, una parte importante delle conoscenze potrebbe essere reinterpretata. Martial riassume la questione con una frase chiave: le esperienze sono reali perché chi le vive sperimenta davvero qualcosa, ma ciò che incontra è il proprio cervello che genera un’esperienza intensissima.

Conclusione

Queste ricerche aprono una fase completamente nuova: studiare il cervello mentre l’esperienza accade, invece di affidarsi a ricordi lontani nel tempo. I risultati preliminari fanno discutere perché suggeriscono che il cervello non si spegne ma diventa sorprendentemente complesso nei momenti più critici. Non elimina il mistero, ma lo sposta dal piano spirituale a quello biologico. Ed è una differenza che cambia tutto.

Redazione

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