Odiare l’auto elettrica? L’ex CEO di Lynk & Co spiega perché è un grave errore
Quando Alain Visser, ex CEO di Lynk & Co per l’Europa, parla di “odiare l’auto elettrica”, non sta discutendo di autonomia o tempi di ricarica. In un’intervista a Turi.One/Turi.Moove, descrive una tempesta perfetta che sta sconvolgendo le case automobilistiche: la paura di un futuro in cui l’auto non è più un possesso, ma un servizio. Per lui, il conflitto non è tra tecnologie, ma tra mentalità. Da una parte, un’industria che ha costruito imperi vendendo auto private; dall’altra, una generazione che sogna soluzioni flessibili per muoversi in città soffocate dal traffico. “Respingere le auto elettriche oggi”, dice Visser, “è come aver rifiutato i cellulari negli anni ’90. Si rischia di restare invisibili”.
Perché l’industria automobilistica frena sull’elettrico (e non è una questione di batterie)
“L’industria tradizionale odia l’auto elettrica”, afferma Visser, ma non per i motivi che immaginate. Il problema non sono le batterie o i costi, ma il timore che l’elettrico acceleri un cambiamento già in atto: il declino del possesso dell’auto. Case come Mercedes e BMW hanno abbandonato progetti di car-sharing, presentandoli come fallimenti anziché opportunità da ripensare. Visser, però, ribalta la prospettiva: “Hanno sbagliato l’approccio, non l’idea”. Con Lynk & Co aveva sperimentato un modello ibrido: l’auto restava tua, ma una app ti permetteva di condividerla con altri utenti, trasformandola da bene personale a risorsa collettiva. Oggi, molte aziende preferiscono puntare su SUV elettrici costosi, attaccate a un modello che, secondo Visser, è già superato. “Se non cambiano rotta”, avverte, “diventeranno fornitori di carrozzerie per aziende tech che oggi considerano ‘minacciose’”.
Car-sharing: il fallimento che poteva essere un successo
Prendete Car2Go: un progetto ambizioso, chiuso prima del tempo. Perché? Perché le case automobilistiche lo vedevano come un’estensione delle vendite, non come un servizio autonomo. Visser lo spiega con un parallelo: “È come se Apple avesse venduto iPhone solo nei negozi Motorola. Senza un ecosistema dedicato, lo sharing non decolla”. Con Lynk & Co, invece, avevano creato un sistema dove il proprietario guadagnava crediti ogni volta che qualcun altro usava la sua auto. Non era perfetto, ma dimostrava che tecnologia e fiducia potevano convivere. Oggi, senza infrastrutture adatte e politiche urbane coraggiose, lo sharing langue. Eppure, nelle città, la domanda di alternative c’è. Basta guardare i giovani che preferiscono un abbonamento a un parcheggio costoso.
Il 2050 visto da Alain Visser: città senza garage e app che guidano per noi
Immaginate un mondo in cui i parcheggi spariranno come le cabine telefoniche. È questa la profezia di Visser: l’80% di noi vivrà in città, dove possedere un’auto avrà lo stesso senso di tenere un cavallo in salotto. I garage diventeranno spazi per coworking o orti urbani, mentre le strade saranno dominate da veicoli elettrici connessi, prenotabili con un tap sullo smartphone. “L’auto non sarà più un oggetto, ma un servizio come Spotify”, afferma. Ricaricare? Sarà invisibile: colonnine integrate nei lampioni, ricarica wireless nelle corsie dedicate, batterie sostituibili in due minuti. Ma per arrivare qui, l’Europa deve svegliarsi. Mentre le case tradizionali trattano il software come un optional, la Cina avanza con aziende come NIO, che offrono pacchetti “tutto incluso”: auto, ricarica rapida e assistenza 24/7. “Chi non impara a vendere esperienze”, dice Visser, “non venderà più nulla”.
La Cina non vince con le batterie: vince con gli ecosistemi digitali
Molti credono che il successo cinese nell’elettrico dipenda dai sussidi. Visser racconta un’altra storia: “Lì, le auto sono solo un tassello. Piattaforme come DiDi uniscono taxi, monopattini e punti di ricarica in un’unica app”. Per un giovane di Shanghai, non ha senso comprare un’auto quando puoi avere tutto a portata di dito. Le case europee, invece, restano fissate sul prodotto fisico: “Vogliono vendere SUV elettrici da 80.000 euro a chi vive in un appartamento di 50 metri quadri. È come proporre un yacht a chi abita in un monolocale”. Per lui, la lezione è chiara: il futuro non è nelle concessionarie, ma negli ecosistemi digitali. Tesla lo ha capito, aggiornando le auto come si fa con gli smartphone. Chi non impara questa regola, rischia di sparire.
Conclusione
Odiare l’auto elettrica, secondo Visser, è un lusso che l’Europa non può permettersi. Non è una questione di tecnologia, ma di coraggio: abbandonare modelli vecchi di un secolo per abbracciare un futuro in cui la mobilità è fluida, condivisa, intelligente. Le case automobilistiche hanno una scelta: diventare protagonisti o ridursi a comparse. La storia non perdona chi arriva ultimo. E mentre noi discutiamo di chilometri di autonomia, a Shanghai e Berlino ci sono ragazzi che non sanno più cosa significhi “comprare un’auto”. Forse, è da lì che bisogna ripartire.
FONTE: Turi.One
Redazione
Potresti leggere anche:
Auto volante: il futuro è già qui, ma il traffico aereo urbano resta un problema
Noleggiare a lungo termine una macchina elettrica: ecco perché conviene
Seguici anche su: Youtube | Telegram | Instagram | Facebook | Pinterest | x
