Burevestnik: il missile testato da Putin che vola 15 ore senza atterrare (e perché tiene la NATO con il fiato sospeso)
Il Burevestnik, ribattezzato Skyfall dalla NATO, non è un semplice missile: è un’arma che ha volato per 15 ore senza atterrare, sfidando ogni logica della difesa moderna. Annunciata da Putin il 26 ottobre 2025, quest’arma ha coperto 14.000 chilometri grazie a un reattore nucleare a bordo, una tecnologia che sembra strappata a un thriller nucleare. Non è la prima volta che qualcuno prova a costruire una “Chernobyl volante”: negli anni ’60, gli USA abbandonarono il Project Pluto per i rischi radioattivi. Oggi la Russia insiste, nonostante esplosioni mortali e test falliti. La domanda non è perché rischiare, ma quale messaggio vuole lanciare: un’arma imperfetta, ma capace di tenere l’Occidente con il fiato sospeso.
Cos’è il missile testato da Putin e come sta cambiando le regole del gioco
Il Burevestnik non è un missile tradizionale: non brucia carburante, ma sfrutta un reattore nucleare miniaturizzato per riscaldare l’aria compressa e generare spinta. Funziona così: l’aria entra dalla presa frontale, viene riscaldata a oltre 1.000°C dal reattore nucleare, e sprigiona una spinta continua dal retro. Risultato? Niente serbatoi, nessun limite di gittata. Può volare per giorni, rasente al terreno come un predatore che sfrutta il profilo del terreno per non farsi scovare. Durante il test del 21 ottobre, ha coperto 14.000 chilometri in 15 ore, e Gerasimov, capo di Stato Maggiore russo, ha dichiarato che “questo non è il limite massimo”. La velocità? Subsonica (1.200 km/h), anche se Putin insiste sulle capacità supersoniche, smentite dagli esperti occidentali.
Ma il vero precedente è il Project Pluto americano degli anni ’60, un missile simile (il SLAM) capace di volare a Mach 3 con 26 testate nucleari. Gli USA lo cancellarono per quattro motivi: i missili balistici erano più efficienti, non esisteva un modo sicuro per testare un’arma che irradiava radiazioni, il rumore delle onde d’urto sarebbe stato devastante, e l’aria contaminata rilasciata durante il volo avrebbe creato un disastro ambientale. Oggi la Russia ripropone lo stesso concetto, nonostante gli stessi rischi. Perché? Perché, come disse l’ex funzionario americano Thomas Countryman, il Burevestnik è una “Chernobyl volante”: un’arma che, anche in fase di test, può rilasciare radiazioni lungo il tragitto. E mentre gli USA archiviarono il Project Pluto per paura delle conseguenze, Putin accetta il rischio, dimostrando una determinazione che spaventa molto più di un semplice test riuscito.
Perché il missile testato da Putin è una minaccia reale o una carta da giocare a poker?
Per capire l’impatto del Burevestnik, basta guardare come funzionano i sistemi di allerta NATO: progettati per rispondere a minacce temporali (un missile balistico impiega 30 minuti, un Tomahawk 2 ore), non sono preparati a gestire un’arma che vola per giorni, cambiando rotta ogni 10 minuti. Secondo un report del 2024 dell’International Institute for Strategic Studies, questa capacità di rimanere invisibile per periodi indefiniti sovrascrive le regole della deterrenza nucleare. Può partire da un sottomarino nel Mar Glaciale Artico, aggirare le basi radar islandesi, e colpire obiettivi in Europa orientale senza preavviso. Non è un miglioramento tecnologico: è un cambio di paradigma.
Ma c’è un problema enorme: le radiazioni. Durante il volo, il reattore rilascia particelle radioattive nell’atmosfera. Le autorità norvegesi non hanno rilevato picchi dopo l’ultimo test, ma l’Intelligence Service aveva già avvertito nel 2024 dei “rischi di contaminazioni localizzate”. E se il missile dovesse schiantarsi? L’esplosione del 2019 nel Mar Bianco, che uccise cinque scienziati nucleari, mostra quanto sia fragile questa tecnologia. Però Putin insiste: per lui, il Burevestnik non è solo un’arma, ma un simbolo. Dimostra che la Russia può competere con gli USA anche con risorse inferiori, sfidando le leggi della fisica (e del buonsenso).
Perché Putin insiste sul Burevestnik nonostante i rischi
Il Burevestnik ha un track record tragico: 13 test dal 2016, solo due parzialmente riusciti, e l’esplosione del 2019 che uccise cinque scienziati. Hans Kristensen della Federation of American Scientists lo definisce “un’arma vulnerabile come qualsiasi altra”. Ma qui non conta la tecnologia: conta la percezione. Anche se il missile si schiantasse dopo 10 minuti, l’importante è che l’Occidente debba credere che possa volare per giorni.
C’è poi il peso geopolitico. Il Burevestnik, con i suoi 24 tonnellate, è difficile da trasportare, ma la sua gittata intercontinentale lo colloca tra le armi strategiche, non tattiche. Questo complica i negoziati sul Trattato New START, in scadenza nel 2026: se la Russia lo schiererà, gli USA dovranno decidere se considerarlo una violazione. Infine, c’è il fattore “deterrenza psicologica”. Anche se il missile non funzionasse mai, il semplice fatto che Mosca ci investa dopo fallimenti e vittime umane invia un messaggio chiaro: “Siamo disposti a rischiare tutto per mantenere la parità”.
Perché il Burevestnik è più di un semplice progetto militare
La risposta non è tecnica, ma esistenziale. Per la Russia, il Burevestnik è un simbolo di resilienza: dimostra che, anche con risorse inferiori agli USA, può sviluppare armi “impossibili”. È un’arma da propaganda, certo, ma non solo. Come ricorda l’esplosione del 2019, Mosca paga in vite umane la sua ossessione per il progetto. Questo non è un dettaglio: è una dichiarazione d’intenti. In un mondo dove le difese antimissile rendono obsolete le testate tradizionali, il Burevestnik offre un’alternativa. Può volare per giorni, cambiare rotta, e rendere vano ogni sistema di intercettazione. Non importa se è subsonico o se le radiazioni lo rendono pericoloso: l’importante è che esista, e che l’Occidente debba dormire con la paura che un giorno possa essere lanciato.
Conclusione
Il Burevestnik non è un’arma, è un’equazione geopolitica: tecnicamente fragile, ma politicamente vincente. Non deve essere invincibile, deve solo tenere l’Occidente impegnato a chiedersi se lo è. Mentre gli esperti analizzano i suoi fallimenti (13 test dal 2016, solo due parzialmente riusciti), Putin ottiene ciò che vuole: attenzione, timore, e spazio per negoziare dal punto di forza. Il vero obiettivo non è colpire Washington, ma dimostrare che la Russia resta un attore imprevedibile. E in un mondo dove la paura muove più dell’atomica, un missile che vola 15 ore senza atterrare è già una vittoria. Finché l’Occidente discute se è un bluff o una minaccia, Putin ha già vinto.
Redazione
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