Divieto del velo integrale: FDI riaccende il dibattito tra sicurezza pubblica e identità italiana

Manifestazione a Roma contro il divieto del velo integrale: donne con hijab e cartelli 'Libertà di scelta, non di coercizione' davanti al Parlamento italiano

Fratelli d’Italia torna a puntare il dito sul divieto del velo integrale, proponendo multe fino a 3.000 euro per chi indossa niqab o burqa in strada, scuole o negozi. La motivazione? Difendere l’identità italiana dal “separatismo islamico”. Peccato che, stando ai dati, il niqab sia indossato da pochissime donne e che la legge 152 del 1975 regoli già l’oscuramento del volto in spazi pubblici. «Stiamo trasformando una questione di sicurezza pubblica in una guerra identitaria?», chiede la comunità islamica. E mentre il Paese si divide, resta un dubbio: serve davvero questa norma o è solo l’ennesimo colpo di teatro politico?

Cosa c’è nella proposta di FDI e perché punta sull’identità

Fratelli d’Italia non gira intorno al problema: la loro proposta, come spiegano i deputati Bignami, Kelany e Filini, mira a «difendere l’identità nazionale e la sicurezza dei cittadini». Al centro della norma, il divieto del velo integrale (niqab e burqa) in strade, scuole e negozi, con multe salate per chi non rispetta l’obbligo. Ma non è finita qui: la legge vuole anche blindare i finanziamenti alle moschee e inasprire le pene per matrimoni forzati, arrivando a 10 anni di carcere. Tutto per fermare quelle che FDI chiama «enclave» dove la sharia reggerebbe al posto del nostro ordinamento. Ma non tutti la bevono: per molti, è una mossa per spostare l’attenzione da problemi reali – come i matrimoni forzati – verso una narrazione da scontro di civiltà. E non è un caso che, proprio come nel 2022 con il dibattito sulle moschee, l’Islam torni a essere il bersaglio perfetto per raccogliere consenso.

La legge del 1975 esiste già: perché serve un’altra norma?

La domanda è semplice: perché una nuova legge se la 152 del 1975 c’è già? Quella norma, per intenderci, sanziona chi nasconde il volto in pubblico, salvo «motivazioni fondate». E funziona: nel 2020, un manifestante a Roma fu multato per aver coperto il volto con un casco. «La legge del ’75 funziona», dice Cozzolino, imam della Confederazione Islamica Italiana. «Perché allora perdere tempo con nuove norme?». La risposta, forse, è che FDI vuole estendere il divieto di niqab e burqa a luoghi come le scuole e le moschee, dove la vecchia legge non arriva. Ma qui il discorso si complica: intromettersi nei luoghi di culto tocca nervi scoperti come la libertà religiosa. Senza casi concreti di «separatismo islamico» in Italia – quanti sono, davvero? – questa proposta puzza di mossa politica. E non dimentichiamo che la legge del 1975 è stata usata anche per sanzionare manifestanti: perché ora focalizzarsi solo sul velo? La risposta è scomoda, ma chiara: il niqab fa paura, e la paura vende voti.

Critiche e rischi: quando la sicurezza diventa strumento di divisione

Le reazioni non si sono fatte attendere. Per le associazioni dei diritti civili, la norma sul niqab rischia di colpire tutta la comunità musulmana, non solo gli estremisti. «L’emancipazione non si impone con i divieti», sbotta Cozzolino. «Si costruisce con l’istruzione». Già oggi, in Italia, donne con l’hijab subiscono discriminazioni: estendere il divieto potrebbe spingerle a chiudersi in se stesse. Non è un caso che in Francia, dopo il divieto del niqab, molte donne musulmane abbiano smesso di uscire di casa. Dove sta la libertà, allora? Parlare di «difendere i valori occidentali» crea automaticamente un «noi» e un «loro», alimentando la paura. E la paura, si sa, è un ottimo strumento politico.

Emancipazione femminile: divieti o politiche che funzionano?

Provate a immaginare: una donna a Torino, costretta a togliere il velo per entrare in banca, rinuncia a ritirare i soldi. È questo il tipo di libertà che FDI vuole difendere con la legge anti-velo? Per Cozzolino e molti esperti, la risposta è no. «L’emancipazione non si impone con i divieti», dice. «Si costruisce a scuola, con il dialogo». Prendiamo i matrimoni forzati: invece di inasprire le pene (già severe nel Codice Rosso), perché non investire in centri di ascolto? Senza prevenzione, le sanzioni restano carta straccia. E i dati lo confermano: nel 2023, solo 12 casi di matrimoni forzati sono stati denunciati in Italia. Sono davvero un’emergenza, o un pretesto per giustificare misure drastiche?

Conclusione: oltre il velo, serve un dialogo vero

Fissarsi sul velo è come contare le foglie mentre l’albero brucia. La propuesta di divieto, se non accompagnata da politiche vere di integrazione, resterà un gesto vuoto. L’Italia ha bisogno di risposte concrete: invece di legiferare su simboli, FDI dovrebbe finanziare corsi di italiano per le donne straniere o potenziare i centri anti-violenza. Invece di erigere muri identitari, proviamo a parlare con le comunità musulmane per capire insieme cosa significhi «essere italiani». Solo così difenderemo la sicurezza pubblica senza spezzare la società. Attenzione: non è il velo il problema, ma come lo trattiamo. E se continuassimo a trasformare le donne in pedine, chi ci rimetterà saranno loro.

Fonte: FDI

Redazione

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