Super dazio 107% sulla pasta italiana: perché gli USA rischierebbero di far scomparire il Made in Italy
Quel super dazio del 107% sulla pasta italiana non è una semplice manovra commerciale: rischia di spezzare un rapporto decennale tra Italia e Stati Uniti, minacciando uno dei simboli più amati del Made in Italy all’estero. Secondo il Dipartimento del Commercio americano, dal 2026 le nostre esportazioni subiranno una stangata senza precedenti: il 91,74% per presunto dumping si sommerà al 15% già esistente, portando il totale a un clamoroso 107%. Tutto è partito da una denuncia firmata da Winland Foods, colosso controllato dal fondo europeo Investindustrial. A finire nel mirino? Marchi storici come La Molisana, Garofalo e Barilla, accusati di vendere a prezzi «troppo convenienti». Con 671 milioni di euro di export annuo verso gli USA, il settore è in allarme: se questa misura diventasse realtà, la pasta italiana rischierebbe di sparire dagli scaffali americani, trasformandosi da orgoglio nazionale a vittima delle guerre commerciali.
Cos’è il super dazio del 107% e perché gli USA lo vogliono applicare?
Gli Stati Uniti hanno puntato il dito contro l’Italia accusandola di dumping, una pratica che in gergo significa vendere all’estero a prezzi inferiori a quelli del mercato domestico. Secondo Washington, tra luglio 2023 e giugno 2024 alcuni produttori italiani avrebbero «svenduto» la pasta negli USA, danneggiando i competitor locali. Ma il vero nodo è nel calcolo: quel 91,74% non è un numero casuale. È il margine di dumping stimato dagli americani, sommato al 15% di dazio già esistente. Risultato? Un chilo di spaghetti italiani costerebbe quasi il doppio negli USA, una mazzata per aziende che già faticano a competere con i costi elevati.
La mossa ha preso di mira prima di tutto La Molisana e Garofalo, due marchi che incarnano la tradizione pastaia italiana, ma il mirino è puntato su ben tredici aziende, da Barilla a piccoli pastifici artigianali come Antiche Tradizioni di Gragnano. Il calcolo del 107% ha fatto storcere il naso a molti: in Italia la pasta costa mediamente il 30% in meno che negli USA, ma non per colpa di sconti sospetti. È una questione culturale: da noi è un alimento base, non un prodotto di nicchia. Eppure, il Dipartimento del Commercio ha fatto orecchie da mercante, ignorando le differenze strutturali tra i due mercati.
E qui entra in gioco la denuncia che ha acceso le sirene: Winland Foods, azienda americana controllata da Investindustrial. Un paradosso che sa di «fuoco amico»: capitali europei usano le leggi USA per colpire il Made in Italy. Mentre Roma parla di «provvedimento ingiustificato», Washington insiste sulla difesa dei produttori locali, in un’atmosfera da guerra fredda commerciale.
Il “fuoco amico” di Winland Foods: chi c’è davvero dietro la denuncia?
Facciamo luce: la denuncia non è partita da un’azienda americana qualsiasi, ma da Winland Foods, controllata dal fondo europeo Investindustrial. Questo dettaglio ha acceso un dibattito acceso tra gli addetti ai lavori. Perché un fondo europeo spinge per penalizzare i produttori italiani? Secondo indiscrezioni, Investindustrial avrebbe agito per proteggere gli interessi di Winland Foods, sfruttando le regole anti-dumping USA per ridurre la concorrenza. Un vero e proprio gatto che si morde la coda: soldi europei usati per colpire il Made in Italy, proprio quando il «sistema Italia» all’estero è già sotto pressione.
Questa mossa potrebbe aprire la strada a scenari inquietanti. Se la tariffa del 107% diventasse realtà, altri settori – vino, olio, formaggi – potrebbero subire lo stesso destino. Già oggi l’UE e gli USA discutono di dazi sull’acciaio e sui prodotti biologici. Per ora, l’Italia prova a smontare l’accusa punto per punto, sottolineando che la qualità della nostra pasta – legata a materie prime selezionate e processi tradizionali – giustifica prezzi competitivi senza bisogno di «trucchi». Ma il tempo stringe: il conto alla rovescia per il 2026 è iniziato, e le aziende non possono permettersi di aspettare.
Le reazioni italiane: da coldiretti a barilla, tutti uniti contro la stangata
All’annuncio della misura anti-dumping, Roma è entrata subito in modalità emergenza. La Farnesina e il Ministero dell’Agricoltura hanno contattato Washington, definendo il provvedimento «un colpo basso alle relazioni bilaterali». Coldiretti non ha usato mezzi termini: «È un colpo mortale per il Made in Italy», ha dichiarato il presidente, ricordando che nel 2024 l’export di pasta verso gli USA ha superato i 671 milioni di euro. Un dato che non lascia indifferenti: negli ultimi dieci anni, gli americani hanno imparato ad amare la pasta italiana, tanto da considerarla un must nei loro supermercati.
Anche Barilla, leader globale, ha alzato la voce: «La nostra qualità non può essere penalizzata da calcoli astratti», ha fatto sapere un portavoce. Intanto, Confagricoltura chiede al governo una «risposta decisa», visto che il mercato statunitense è vitale per settori come pasta, vino e olio. Il timore è concreto: con una tariffa del 107%, il prezzo finale della pasta schizzerebbe alle stelle, spingendo i consumatori verso alternative locali. Per le piccole aziende, come Pastificio Sgambaro o Antiche Tradizioni di Gragnano, sarebbe un colpo letale. E non stiamo parlando solo di soldi: se la pasta italiana sparisse dagli USA, perderemmo un pezzo di identità culturale, quel legame tra cucina e tradizione che ci rende unici al mondo.
Perché il dazio del 107% minaccia il futuro delle esportazioni italiane
La posta in gioco va ben oltre i bilanci: è l’immaginario collettivo a essere minacciato. La pasta italiana è da tempo un ambasciatore del nostro Paese, amata dagli americani per la sua versatilità e qualità. Se dovesse sparire dagli scaffali, non perderemmo solo un mercato: svanirebbe un pezzo di quel «sogno italiano» che attira turisti e appassionati da decenni. Immaginate un supermercato americano senza Barilla o Garofalo: gli scaffali sarebbero invasi da marchi generici, con ricette approssimative e ingredienti scadenti. Gli americani, abituati al gusto autentico, si accorgerebbero subito della differenza.
Ma c’è di più. Se questa stangata commerciale passasse inosservata, altri Paesi potrebbero prendere esempio dagli USA, colpendo settori come il Parmigiano Reggiano o il Prosciutto di Parma. Per ora, l’Italia punta tutto sulla diplomazia, sperando nell’intervento dell’UE come mediatore. Tuttavia, con il 2026 sempre più vicino, le aziende devono correre ai ripari: ristrutturare le catene di distribuzione in meno di due anni è un’impresa titanica, soprattutto per le piccole realtà. Intanto, i consumatori americani continuano a chiedere pasta italiana, ignari che presto potrebbe diventare un lusso fuori portata.
Conclusione
Il super dazio del 107% sulla pasta italiana non è una mera questione di tariffe: è una lotta per preservare l’anima stessa del Made in Italy. Senza un intervento deciso da Roma e Bruxelles, rischiamo di vedere svanire un pilastro della nostra eccellenza agroalimentare. La diplomazia è l’unica carta da giocare, ma il tempo scorre veloce. Mentre gli americani continuano a cucinare spaghetti con la Barilla, spetta a noi trasformare questa crisi in un’opportunità per far sentire la nostra voce nel mondo. Perché la pasta italiana non è solo cibo: è storia, cultura e orgoglio. E non possiamo permetterci di perderla. Fonti: Federal Register / Ansa / Confagricoltura
Redazione
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