Lo Djed, o Zed, un pilastro di 5000 anni fa ideato per sostenere le piramidi o un simbolico fallo per fecondare il cielo?

Nell’immagine vedete la piramide del papà di Cheope, Snefru, il più grande faraone prima della leggendaria XVIII dinastia. Snefru era della IV, e si mise in testa di costruire una piramide vera e propria e non una struttura a gradoni come quella di Djoser. 
A metà dell’opera, emerse un problema: la piramide collassava su se stessa, tanto che gli architetti furono costretti a ridurre la pendenza per ridurre il carico statico ed evitare che la piramide crollasse.

Al tempo di Ramesse II, il suo terzo figlio Pareherwenemef, avuto con Nefertari, fu costretto a far disporre imponenti travi in cedro del libano per impedire il crollo. Sono ancora lì. Ricordiamo che Pareherwenemef era lo scriba reale, il gran comandante dell’armata, il primo carrista di sua Maestà, sovrintendente delle scuderie. Il principe prese parte alla famosa battaglia di Qadesh, dove svolse la funzione di messaggero, infatti, fu lui ad accelerare l’arrivo dei rinforzi da parte della divisione di Ptah durante le vicende contro gli ittiti.
Snefru completò la piramide a doppia pendenza e iniziò la costruzione della

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sua terza piramide. Proprio in questa introdusse il concetto di Zed, ossia una serie di grandi lastre di pietra disposte in modo da contrastare il punto di massimo carico dell’intera struttura. Una sorta di ingegnere con idee vicine a quelle di chi, 3700 più tardi iniziò a progettare le cattedrali gotiche e dovette specializzarsi nella ricerca dei punti critici di spinta per mantenere in piedi gli edifici.
La piramide di Djoser, molto più piccola, non ha lo Zed, e non potrebbe averlo poiché fu costruita in più fasi ed è il prodotto di varie strutture sovrapposte in più fasi. Alcuni anni fa, proprio in questa piramide, sono stati necessari lavori impegnativi per impedire che crollasse.

Per gli Egizi, lo Zed, o Djed, era la simbolica spina dorsale dell’esistenza in vita, sede del fluido vitale, ed esprimeva la stabilità e la vita eterna. Il geroglifico che lo rappresenta, infatti, somiglia a un pilastro. Un’altra scuola di pensiero lo considera una rappresentazione della vittoria del bene sul male, come accade dopo il mito della morte di Osiride, ucciso dal fratello Seth ma vendicato da Horus. E’, dunque, comunemente associato a Osiride, il dio dei morti e dell’Oltretomba.

Il nome egizio, Djed, ha un significato poco chiaro che deriverebbe dalla radice djd e si traduce come stabile, duraturo. Trasposto in greco, diventa Zed. Il Vocabolario della Lingua Greca suggerisce di confrontarlo “con l’antico indiano Djauh”, una parola sanscrita che contiene la radice dj. La radice indoeuropea per Djauh è la stessa del nome Zeus, cioè div-, e significa splendere; div- o dj si possono tradurre coi termini splendere, brillare, bruciare e si riferiscono al brillare degli astri; il loro significato quindi è anche stella.
Esistono altre interpretazioni dello Zed, e fra queste c’è quella di Piero Magaletti. Lo studioso sostiene che la Pietra di Shabaka dimostra che gli egiziani ritenevano che il Cielo (Nut) fosse un’entità femminile e la Terra (Geb) maschile. La Terra è quindi il principio fecondatore mentre il Cielo è un ventre ricettivo. La mitologia egizia, così com’è comunemente presentata, descrive da una parte gli dèi Iside e Osiride che figurano nel cielo e, allo stesso tempo, la Terra che ingravida la volta celeste; ma se le piramidi sono in relazione con Orione e la Terra è un’entità maschile, come può questo principio maschile relazionarsi intimamente con una costellazione che si ritiene raffiguri un uomo, cioè Osiride? Nessuna variante del mito accenna alla possibilità che Osiride fosse in grado di concepire un figlio dal suo stesso grembo.
Alcuni studiosi sostengono che Giza era strettamente connessa a Osiride, ma il legame a cui si fa riferimento non è tra la sua presunta raffigurazione stellare (Orione) e le piramidi, bensì tra il dio stesso e la Piana, che è il luogo della sua sepoltura, la sua dimora eterna: il soggetto maschile sulla Terra è, quindi, Osiride. Secondo Mario Pincherle, nella Piramide di Cheope c’è lo Zed, universalmente posto in relazione con Osiride.

Ma è l’interpretazione dello Zed come colonna vertebrale che ci lascia perplessi, anche perché il mito non accenna a una specifica importanza della spina dorsale del dio. L’identificazione della costellazione di Orione con un essere di sesso maschile ha impedito a lungo un’interpretazione logica del legame tra Terra e Cielo che le piramidi esprimono. Secondo Piero Magaletti, la costellazione più grande e nota del cielo, Orione, rappresenta una figura femminile; non un dio, non un cacciatore, ma la madre di tutte le stelle. La trasmissione dell’anima del faraone nel cielo attraverso lo Zed di Cheope dovrebbe essere la simulazione metaforica dell’atto del concepimento e il personaggio che, secondo il mito, riceve il seme maschile attraverso un fallo artificiale è Iside.
Ricapitolando il pensiero di Magaletti:
1. secondo gli antichi Egizi, il cielo è un’entità femminile;
2. all’interno della costellazione di Orione ci sono delle nebulose, i grembi materni del cosmo;
3. lo Zed nella Piramide di Cheope rappresenta il fallo artificiale di Osiride;
4. le tre piramidi e lo Zed sono in relazione con le tre stelle della Cintura di Orione.
Probabilmente, dunque, la costellazione di Orione è la dea Iside. Il progetto della Piana di Giza non si proponeva soltanto di copiare la disposizione delle stelle, ma doveva collegare le due entità, maschio e femmina. Il faraone, col sopraggiungere della morte, diventava Osiride e quindi, in ossequio all’obbligatoria imitazione del suo dio e predecessore, doveva anch’egli ricorrere all’espediente del fallo artificiale per ingravidare la sua sposa celeste, Iside. Questo fallo artificiale è lo Zed nella Piramide di Cheope, il cui scopo era aiutare l’anima del re a tramutarsi in una stella fecondando la dea Iside, rappresentata nel cielo da Orione.

Fonte:http://pierluigimontalbano.blogspot.it/2015/08/archeologia-lo-djed-o-zed-un-pilastro.html

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