Visita ad Orvieto

Foto Beatrice Mummolo
Secondo la tradizione cristiana il Duomo di Orvieto fu costruito su ordine del Papa Urbano IV per conservare il corporale di Pietro da Praga, prete di origine boema. Il sacerdote era di ritorno da un pellegrinaggio da Roma, dove si era recato per ritrovare la fede perduta, sulla strada del ritorno, a Bolsena, durante la celebrazione della messa vide stillare sangue dall’Ostia. Nel 1290 il Papa Nicolò IV pose la prima pietra del duomo, in corrispondenza della IV colonna su cui è scolpito l’inferno.
I lavori per la costruzione del duomo durarono all’incirca tre secoli. Il primo architetto fu probabilmente Arnolfo di Cambio: a lui, infatti, è stato attribuito il progetto della facciata monocuspidale che si conserva nel Museo dell’Opera del Duomo. Sembra però che il primo costruttore sia stato Fra Bevignate da Perugia il quale realizzò le tre navate.
I lavori furono proseguiti da un costruttore locale, un certo Giovanni Uguccione, che nella crociera e nell’Abside riprese lo stile Gotico. La stabilità delle strutture principali del Duomo, tuttavia, risultò subito precaria per cui fu necessario chiedere l’aiuto di un esperto.

Foto:Beatrice Mummolo-Il coro, con intagli e sculture, fu iniziato da Giovanni Ammannati da Siena nel 1329. Alcuni sostengono che quest’opera fu ideata dal Miatani. Nella crociera a sinistra troviamo l’altare della “Visitazione”, opera di Simone Mosca, Raffaello e Francesco da Montelupo. Nella crociera di destra l’altare “Dei Magi”, opera di Michele Sammicheli e Simone Mosca. Sulla navata di destra, si apre la Cappella Nuova o di “San Brizio” eretta nel 1408. La decorazione iniziata nel 1447 dal Beato Angelico, insieme con Bennozzo Gozzoli, fu completata dal Signorelli che vi raffigurò le storie dell’Anticristo, il Finimondo e la Resurrezione dei Corpi.
Fu interpellato l’architetto e scultore Lorenzo Maitani il quale rinforzò l’edificio con archi rampanti. Maitani morì in Orvieto nel Giugno del 1330.
Il rifornimento di materiali in un cantiere di dimensioni così grandi come quello del duomo di Orvieto in una città posta ad oltre 300 m sul livello del mare e isolata su tutti i lati, comportava notevoli problemi.
La città offre esclusivamente tufo, mentre per la costruzione del duomo serve ben altro e i documenti più antichi, datati 1288, due anni prima della posa ufficiale della prima pietra, ricordano pagamenti per il carriaggio di pietra proveniente da luoghi al di fuori della città.
In genere si ricorreva alle risorse del contado, ma anche al di fuori di esso e i reperimenti sicuramente non erano meno difficili, dati i continui rivolgimenti politici. Orvieto disponeva nel proprio contado di cave di marmi colorati, calcari rossi di Prodo, Castellana, Sosselvole. Il “serpentino” veniva estratto da Montespecchio; cave di marmi bianchi si trovavano a Montepiso, sulla montagna che divideva i territori di Orvieto da quelli di Siena.
Da Parrano e dal territorio della Abbadia di S. Antimo si estraeva l’alabastro utilizzato per le finestre e per alcune statue della facciata anche il travertino e il basalto venivano estratti da territori vicini. Dal territorio di Castelpeccio si estraeva la terra adatta alla lavorazione del vetro che veniva cotto in vasi di terra gialla proveniente da Arezzo; la fornaci invece si trovavano a Monteleone e a Piegaro. Vetro già lavorato era acquistato a Firenze e a Venezia. I boschi vicini fornivano legno di castagno, di quercia, di abete mentre dalle ferriere di Castel del Piano veniva il ferro.
Per molto tempo i due più importanti punti di raccolta del marmo resteranno le cave di Carrara e le rovine di Roma.
L’organizzazione dei trasporti appare uno dei più grossi problemi del cantiere orvietano. In generale si può dire che Orvieto evita per quanto sia possibile il trasporto via terra almeno per le grosse partite di materiale e per i carichi pesanti utilizzando le vie fluviali o i tragitti marini.

Foto.Beatrice Mummolo-i marmi che sono stati utilizzati provenivano la maggior parte dall'antiko Egitto.In oro, con intagli e sculture, fu iniziato da Giovanni Ammannati da Siena nel 1329. Alcuni sostengono che quest’opera fu ideata dal Miatani. Nella crociera a sinistra troviamo l’altare della “Visitazione”, opera di Simone Mosca, Raffaello e Francesco da Montelupo. Nella crociera di destra l’altare “Dei Magi”, opera di Michele Sammicheli e Simone Mosca. Sulla navata di destra, si apre la Cappella Nuova o di “San Brizio” eretta nel 1408. La decorazione iniziata nel 1447 dal Beato Angelico, insieme con Bennozzo Gozzoli, fu completata dal Signorelli che vi raffigurò le storie dell’Anticristo, il Finimondo e la Resurrezione dei Corpi. La Cappella del Corporale Costruita nel 1350 – 61, la cappella del Corporale è posta in fondo ala navata sinistra, di fronte alla cappella di San Brizio. Ugolino di Prete Ilario e Piero di Puccio nel 1357 – 64 affrescarono sulla parete destra le “storie del Corporale”, la “Crocifissione” dietro il tabernacolo, e sulla parete sinistra i “prodigi dell’Eucarestia”. Una graziosa loggetta gotica di marmo intarsiato corona, in alto le pareti di fondo. In questa cappella, nella seconda arcata, si ammira la “Madonna dei raccomandati”, pregevole opera di Lippo Memmi. A sinistra , sotto un’altra arcata, è il “sepolcro del vescovo Vanzi”, di Ippolito Scalza (1571). Sull’altare maggiore, opera marmorea disegnata dal Maestro Nicolò da Siena (1358) e terminata dall’Orcagna, è posto il tabernacolo del Corporale. In esso si custodisce il celebre “Reliquiario del Corporale”. Nella cappella del corporale è conservato l’affresco raffigurante la Madonna dei Raccomandati, considerata una delle più suggestive e originali espressioni dell’arte senese di Lippo Memmi. Nonostante i ritocchi ottocenteschi, si ritiene che la parte inferiore del dipinto in cui sono ritratti la Pie Donne e i Confratelli in atto di devota adorazione ai piedi della Vergine, non abbia subito alcuna manomissione. Il reliquiario del Corporale è l’opera più importante e preziosa che si conservi al duomo di Orvieto e, al tempo stesso, uno dei più grossi capolavori dell’oreficeria senese, e Italiana. Commissionato nel 1337 da Beltramo Monaldeschi all’orafo Ugolino di Vieri, il reliquiario fu ultimato probabilmente nel dicembre 1339, anno in cui risale il saldo definitivo del lavoro. Il reliquiario è alto 1,39 m e largo 63 cm tutto in argento e dorato nell’intelaiatura: in esso è custodito il sacro lino del miracolo di Bolsena. Le superfici del reliquiario – in cui sono ripresi i motivi architettonici della facciata – sono rivestite di figurazioni a smalto: sui due prospetti sono illustrate le storie del Miracolo di Bolsena e le vicende della vita di Cristo.
Dalla documentazione censita sul cantiere appare che l’opera retribuiva con un salario a giornata dei lavoranti che prestavano la loro opera con animali di loro proprietà e contemporaneamente retribuiva dei vetturali. In particolare erano utilizzati vetturali di Viterbo e Bagnoregio che con i loro bufali trasportavano il marmo sbarcato nei vari porti sul Tevere o proveniente dalle cave.

mosaico in scala millimetrale tutto in gemme ritagliato e oro=OR-VIETO.Foto:Beatrice Mummolo.
La costruzione del duomo vide avvicendarsi numerosi lavoranti suddivisi ed organizzati secondo la professione e il grado. Naturalmente le categorie con il maggiore numero di addetti sono quelle legate al mondo dell’edilizia: muratori, manovali, lavoranti generici senza indicazione professionale; lapicidi, forse scalpellini, e spaccapietre lavoravano a cottimo.
La presenza femminile è ben documentata: 66 donne lavorarono tra il 1347 e il 1348 ma, dopo la parentesi della peste nera nessuna donna è più presente nel cantiere; probabilmente trasportano terra e pietra con un salario giornaliero pari alla metà di quello corrisposto al lavoratore, uomo peggio pagato. La scarsa considerazione in cui sono tenute è indicata anche dal lasciarle anonime. Soltanto di dieci delle 66 ricordate si conosce il nome, per tutte le altre compare la dizione generica di “mulieres”.

stella =TEMPLARI-Veramente è una stella di david a 6 punte!Foto:Beatrice Mummolo

La scoperta Un frammento dell’avventura vissuta da un gruppetto di speleologi negli anni ottanta, alla emozionante ri-scoperta delle 1200 grotte di Orvieto.Foto Beatrice Mummolo

Strana senzazione trovarsi qui nel 2010,....sembra di essere millenni indietro nel tempo.La città è Orvieto, che già a vederla sembra uscita dai disegni di un libro di fiabe, arroccata com'è su un'alta Rupe che periferiche verticalità isolano dal resto del mondo. Una Rupe che, sebbene sostenga da tremila anni la città, si dimostra ancora alquanto maldestra nell'assolvere un compito di così gran lustro: crolli, smottamenti, scivoloni, fremiti vari mettono da sempre in sospetto gli abitanti. Colpa della fragilità delle rocce che la compongono: tufi e pozzolane. Materiali estremamente friabili che quasi si possono grattare via con le unghie. Ma, proprio per questo, materiali in cui è facile scavare, perforare, aprire una grotta... due...cento...mille.Foto:Beatrice Mummolo

Foto:Beatrice Mummolo.La storia è quella dell'avventura di alcuni speleologi che, sotto al piccolo centro storico di Orvieto, proprio dentro alla grande Rupe così propensa all'instabilità, hanno ritrovato un incredibile mondo sotterraneo che era stato scavato, utilizzato e poi dimenticato: un oscuro labirinto articolato in oltre 1200 tra grotte, cunicoli, pozzi, cisterne, creato dall'uomo, picconata dopo picconata, in quasi tre millenni di ostinato e continuo lavoro.

Foto:Beatrice Mummolo. Tuscania-Cripta della Chiesa di S.Antonio.-La cripta (XI sec.) è a nove navate con volte a crociera sorrette da 28 colonne e capitelli di reimpiego provenienti da edifici romani. Il suo orientamento è opposto a quello della basilica e l'altare si trova di fronte alla grande abside. Nella foto a sinistra (1) è l'affresco con i Santi Patroni di Tuscania, Secondiano, Veriano e Marcelliano del '300.

Museo Tarquinia-Assegnare un volto ed un percorso artistico a questi grandi maestri dell’antichità oggi quasi sconosciuti può essere il gioco, la storia da ripercorrere. Ai loro tempi sono stati i Giotto, i Caravaggio, i Picasso della nostra epoca. Nel Museo di Tarquinia ci si può perdere nell’ammirare i buccheri ed i vasi corinzi e attici, seguendo, fra i tanti, il filo logico prescelto; quello dell’evolvere della tecnica d’esecuzione o delle tipologie vascolari. Oppure seguirli per tema: vasi ispirati al quotidiano o al divino, ai giochi atletici, ai miti greci, all’erotismo, ecc.Foto Beatrice Mummolo

Museo Tarquinia-Assegnare un volto ed un percorso artistico a questi grandi maestri dell’antichità oggi quasi sconosciuti può essere il gioco, la storia da ripercorrere. Ai loro tempi sono stati i Giotto, i Caravaggio, i Picasso della nostra epoca. Nel Museo di Tarquinia ci si può perdere nell’ammirare i buccheri ed i vasi corinzi e attici, seguendo, fra i tanti, il filo logico prescelto; quello dell’evolvere della tecnica d’esecuzione o delle tipologie vascolari. Oppure seguirli per tema: vasi ispirati al quotidiano o al divino, ai giochi atletici, ai miti greci, all’erotismo, ecc.Foto:Beatrice Mummolo

Necropoli Etrusca-La Tarquinia etrusca esercita un fascino particolare nel pur vasto panorama delle testimonianze rimaste dell'antico popolo tirrenico. Salvo rare eccezioni (Chiusi, Cerveteri, Vulci), soltanto a Tarquinia sono state rinvenute, in numero così cospicuo, tombe dalle pareti dipinte che testimoniano della concezione che gli Etruschi avevano dell'Aldilà e dei costumi che caratterizzavano la loro vita quotidiana.Foto:Beatrice Mummolo
Di Beatrice Mummolo.
