Takiwātanga: il significato della parola Māori che invita a guardare l’autismo in modo diverso

Takiwātanga il significato della parola Māori legata all'autismo e alla neurodiversità.

L’autismo viene spesso raccontato partendo dalle difficoltà che può comportare nella comunicazione, nelle relazioni e nella vita quotidiana. Ma esiste un modo diverso di parlarne, che prova a mettere al centro la persona anziché i suoi limiti? In Nuova Zelanda, il popolo Māori ha introdotto una parola che invita proprio a riflettere su questo aspetto. Takiwātanga, il significato di un termine della lingua Māori, richiama l’idea di vivere secondo il proprio tempo e spazio e viene utilizzato in riferimento all’autismo. L’espressione è stata coniata nel 2017 dal linguista Māori Keri Opai, nell’ambito di un progetto volto a rendere il linguaggio sulla disabilità e sulla salute mentale più rispettoso e vicino alle esperienze individuali. La sua storia mostra come le parole possano influenzare il modo in cui comprendiamo le differenze, senza ignorare le difficoltà che alcune persone autistiche affrontano ogni giorno.

Takiwātanga: la storia della parola Māori che dà voce a un’altra prospettiva sull’autismo

La nascita di questo termine è legata a un’esigenza concreta: nella lingua Māori mancavano parole specifiche per descrivere diverse condizioni legate alla salute mentale e alla disabilità. Tradurre concetti sviluppati in altri contesti culturali non significa soltanto trovare espressioni equivalenti, ma anche capire come comunicarli in modo rispettoso e comprensibile per la comunità a cui ci si rivolge.

Nel 2017, in Nuova Zelanda, venne presentato Te Reo Hāpai, un glossario dedicato al linguaggio della salute mentale, delle dipendenze e della disabilità. Il progetto nacque grazie al lavoro di Keri Opai e al contributo di persone con esperienze dirette, professionisti sanitari, organizzazioni e consulenti. L’obiettivo era creare un lessico capace di descrivere le esperienze individuali senza ridurre le persone alle loro difficoltà.

Il termine si inserisce proprio in questo percorso. La sua traduzione più comune, «nel proprio tempo e spazio», richiama l’idea che ciascuno possa avere ritmi, sensibilità e modalità personali di vivere il mondo. Non si tratta soltanto di sostituire una definizione con un’altra: questa scelta riflette il desiderio di riconoscere l’identità delle persone autistiche e il loro modo di rapportarsi all’ambiente.

La storia della parola mostra anche quanto sia importante coinvolgere direttamente le comunità interessate quando si sviluppano espressioni legate alla salute e alla disabilità. Una definizione imposta dall’esterno può risultare distante dall’esperienza di chi dovrebbe rappresentare; un linguaggio costruito attraverso il confronto, invece, può favorire comprensione e partecipazione.

Keri Opai e il progetto Te Reo Hāpai: perché le parole contano

Keri Opai, linguista Māori, ha contribuito alla creazione di termini destinati a descrivere esperienze che fino ad allora non avevano un equivalente adeguato nella lingua. Il progetto Te Reo Hāpai è stato sviluppato attraverso un percorso di consultazione durato oltre due anni, coinvolgendo persone con esperienza diretta di disabilità e problemi di salute mentale, insieme a professionisti e organizzazioni specializzate.

Opai ha spiegato la scelta di questa espressione richiamando i diversi tempi, ritmi e modi in cui le persone autistiche possono vivere e percepire ciò che le circonda. Da questa riflessione è nata una formulazione che invita a riconoscere la varietà delle esperienze individuali, senza pretendere di descriverle tutte allo stesso modo.

Keri Opai ha approfondito questa scelta nell’articolo scientifico Words have great power: Creating Māori concepts of disability, nel quale racconta come sono nati i termini Māori legati alla disabilità.

Il glossario comprende centinaia di termini, interpretazioni ed espressioni utilizzabili nei settori della salute mentale, delle dipendenze e della disabilità. Il suo approccio mira a valorizzare le capacità delle persone, evitando parole che possano trasmettere giudizio o inferiorità. Anche il termine Māori whaikaha, utilizzato in riferimento alla disabilità, pone l’accento sulla forza e sulle capacità individuali.

Il lavoro di Opai ha un significato che va oltre la lingua. Le parole influenzano il modo in cui una società interpreta una condizione, comunica con le persone interessate e organizza i servizi di cui hanno bisogno. Scegliere espressioni più rispettose non elimina gli ostacoli, ma può contribuire a creare un contesto nel quale le persone si sentano ascoltate e riconosciute.

Il valore di questo termine, quindi, non consiste nel presentare l’autismo come qualcosa di necessariamente positivo o negativo. Il suo messaggio invita piuttosto a guardare oltre la diagnosi, considerando anche la storia personale, le caratteristiche, le relazioni e il contesto in cui ciascuno vive.

Una visione dell’autismo che mette al centro la persona

Il valore di questa prospettiva emerge soprattutto quando si considera quanto il linguaggio possa influenzare la vita quotidiana. Le parole utilizzate a scuola, in famiglia, nei servizi sanitari e nei mezzi di comunicazione contribuiscono a formare l’immagine che la società si costruisce dell’autismo. Per questo, scegliere espressioni rispettose non è soltanto una questione terminologica: significa prestare attenzione all’identità e alle esigenze delle persone.

In Nuova Zelanda, questa impostazione trova spazio anche nelle linee guida ufficiali sull’autismo, pubblicate dal Ministero per le persone con disabilità. La terza edizione, pubblicata nel 2022, comprende oltre 300 raccomandazioni basate sulla ricerca, sull’esperienza professionale e sulle testimonianze dirette.  Il documento affronta temi come diagnosi, istruzione, benessere psicologico, partecipazione alla comunità e prospettive culturali Māori e delle popolazioni del Pacifico.

Questa impostazione riconosce che le persone autistiche non condividono tutte le stesse caratteristiche. Alcune possono avere particolari capacità in determinati ambiti, mentre altre incontrano ostacoli significativi nella comunicazione, nella gestione degli stimoli sensoriali o nei cambiamenti della routine. Le esigenze, inoltre, possono cambiare nel corso della vita.

Una società inclusiva non dovrebbe limitarsi a descrivere le differenze in termini positivi, ma riconoscere ogni persona nella sua complessità. Valorizzare le caratteristiche individuali e garantire sostegni adeguati sono obiettivi compatibili: non occorre scegliere tra l’accettazione della neurodiversità e il riconoscimento delle difficoltà.

Neurodiversità e inclusione: valorizzare le differenze senza negare le difficoltà

Il concetto di neurodiversità invita a considerare le differenze nel funzionamento neurologico come parte della varietà umana. Applicato all’autismo, aiuta a superare l’idea che esista un unico modo corretto di comunicare, apprendere, relazionarsi o percepire l’ambiente. Questo approccio, tuttavia, non implica che tutte le caratteristiche autistiche siano prive di difficoltà o che ogni persona abbia bisogno dello stesso tipo di sostegno.

Un bambino può trovare particolarmente difficili i rumori intensi, i cambiamenti improvvisi o alcune interazioni sociali. Un adulto, invece, può avere bisogno di ambienti di lavoro più prevedibili, di tempi di recupero dopo situazioni impegnative oppure di modalità di comunicazione più adatte alle proprie esigenze. Altre persone possono incontrare ostacoli differenti. Comprendere queste diversità permette di evitare generalizzazioni e individuare soluzioni concrete.

La prospettiva culturale Māori invita a non confondere la persona con le difficoltà che può sperimentare. Riconoscere che qualcuno vive e percepisce il mondo secondo modalità proprie non significa negare il valore della diagnosi o l’importanza dell’assistenza sanitaria, educativa e sociale. Significa, piuttosto, partire dall’ascolto anziché presumere che tutti abbiano le medesime necessità.

Anche il rispetto delle preferenze linguistiche individuali è importante. Le linee guida neozelandesi ricordano che ogni persona dovrebbe poter scegliere come essere identificata e descritta. Non tutti utilizzano le stesse parole per parlare di sé, e una definizione apprezzata da qualcuno potrebbe non rappresentare un’altra persona.

L’inclusione, dunque, non nasce da una parola isolata, ma da comportamenti coerenti: ascoltare senza pregiudizi, garantire opportunità, riconoscere le capacità e offrire aiuto quando serve. È in questo equilibrio che il messaggio racchiuso in questa espressione può diventare uno spunto utile anche al di fuori della Nuova Zelanda.

Conclusione

La storia di Takiwātanga dimostra che il linguaggio può contribuire a cambiare il modo in cui guardiamo all’autismo. Attraverso il lavoro di Keri Opai e il progetto Te Reo Hāpai, la lingua Māori ha accolto un termine che richiama i tempi, gli spazi e i ritmi personali, proponendo una prospettiva attenta all’identità e alla dignità di ogni individuo.

Il messaggio più importante non è che l’autismo debba essere considerato sempre un dono, né che le difficoltà vadano ignorate. È che nessuna persona dovrebbe essere definita esclusivamente dai propri limiti. Riconoscere le differenze, ascoltare chi le vive e garantire il sostegno necessario sono passi essenziali per costruire una società più inclusiva.

Forse è proprio questa la lezione che possiamo ricavare dalla cultura Māori: non tutti viviamo il mondo con gli stessi tempi e le stesse modalità, ma tutti meritiamo di essere compresi e rispettati.

Redazione

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