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Scoperta una lingua sconosciuta in Malaysia. Non ha parole per definire crimini e proprietà privata (VIDEO)

Un piccolo popolo esiliato di cacciatori-raccoglitori “anarco-comunisti” che resiste a tutte le pressioni

Lo studio “Jedek: A newly discovered Aslian variety of Malaysia” pubblicato su Linguistic Typology da Joanne Yager e Niclas Burenhult dell’università svedese di Lund rivela quanto ancora poco ne sappiamo dell’umanità di cui facciamo parte e di quanto sia diversificata, sorprende, magnifica  e fragile la cultura del genere umano che esprimiamo con il linguaggio.

Secondo la Linguistic Society of America, nel mondo sono state catalogate circa 7.000 lingue umane distinte, circa l’80% della popolazione mondiale parla una delle principali lingue del mondo, mentre circa il 20% parla di una delle 3.600 lingue minori. I ricercatori ritengono che entro 100 anni sarà estinta circa la metà delle lingue del mondo. Alcune lingue sono ormai parlate da poche persone e altre sono destinate a scomparire entro pochi anni e decenni con il tramontare delle società tribali e con la globalizzazione che raggiunge anche gli angoli più remoti del pianeta. Ma questo non impedisce agli antropologi e ai linguisti di continuare a scoprire nuove lingue, come lo Jedek scoperta di recente in un villaggio nella parte settentrionale della penisola malese.

La Yager spiega che  «La documentazione delle lingue minoritarie a rischio come lo Jedek è importante, in quanto fornisce nuove conoscenze sulla cognizione e sulla cultura umana. Come forse potreste immaginare, lo Jedek non è una lingua parlata da una tribù sconosciuta nella giungla, ma in un villaggio precedentemente studiato dagli antropologi». Burenhult, che insegna lingue alla Lund, aggiunge: «in quanto linguisti ci siamo fatti una serie di domande diverse e abbiamo trovato qualcosa di cui gli antropologi non si erano accorti».

Lo Jedek è una varietà asiatica della famiglia linguistica austroasiatica ed è parlata da 280 persone, un piccolo popolo di cacciatori-raccoglitori che è stato re insediato dal governo malese nel nord della Malaysia. I ricercatori svedesi hanno scoperto la nuova lingua durante un progetto di documentazione linguistica, Tongues of the Semang, per sviluppare il quale hanno visitato diversi villaggi per raccogliere dati linguistici da diversi gruppi che parlano lingue aslian. La scoperta dello Jedek è stata fatta nella stessa zona mentre studiavano la lingua Jahai.

La Yager racconta come è avvenuta questa straordinaria e inattesa scoperta: «Ci siamo resi conto che gran parte del villaggio parlava una lingua diversa: usavano parole, fonemi e strutture grammaticali che non sono usate nello  Jahai. Alcune di queste parole suggerivano un legame con altre lingue aslian parlate molto lontano in altre parti della penisola  malese».

La comunità in cui si parla Jedek è più simile all’uguaglianza di genere (almeno teorica) di tipo occidentale di quella spesso misogina delle culture tribali islamiche e tradizionali malesi, ma, a differenza della nostra cultura capitalista – e di quella iperliberista malese – questo piccolo popolo ex nomade sedentarizzato a forza sembra aver realizzato una sorta di società pacifista anarco-comunista: tra loro non esiste praticamente nessun tipo di violenza interpersonale, incoraggiano consapevolmente i propri figli a non competere e non ci sono leggi o tribunali. Non esistono nemmeno professioni, ma tutti hanno le competenze richieste in una comunità di cacciatori-raccoglitori. Questo stile di vita si riflette nella lingua: «Non ci sono parole indigene per i tipi di lavoro o per i tribunali – spiegano Yager e  Burenhult –  e nessun verbo indigeno per indicare la proprietà come prendere in prestito, rubare, comprare o vendere, ma c’è un ricco vocabolario di parole per descrivere lo scambio e la condivisione».

Burenhult è rimasto affascinato da questo pacifico piccolo popolo senza nome: «Ci sono tanti modi di essere umani, ma troppo spesso le nostre società moderne e prevalentemente urbane sono usate come metro per ciò che è universalmente umano. Abbiamo così tanto da imparare, non da ultimo, dalla ricchezza linguistica e culturale largamente non documentata e in via di estinzione che è là fuori».

I due ricercatori svedesi hanno passato molto tempo con parlanti lingie aslian e dicono che «Per studiare, osservare e documentare sistematicamente le lingue non è sufficiente fare semplicemente interviste. Questo lavoro dipende da devoti collaboratori sul campo con una forte passione per scoprire di più sulla diversità linguistica».

Su NPR, la radio pubblica Usa, Camila Domonoske rivela che le 280 persone parlano Jedek fanno parte di una comunità di cacciatori-raccoglitori che un tempo vivevano lungo il fiume Pergau ma che sono stati reinsediati nel nord della Malesia. La Yager ha detto alla Domonoske che «Ciò che rende questa lingua così straordinaria è che nessuno sapeva cercarla. Gli antropologi avevano studiato in precedenza il villaggio in cui si parla Jedek, non avevano notato né registrato la lingua. Non sapevano affatto he esistesse affatto. La maggior parte delle lingue che non sono descritte e non sono documentate, sappiamo che esistono». E uno dei motivi per cui la lingua era passata inosservata è che il piccolo popolo anarco/comunista che la parla non si era dato la pena di darle un nome. Sono stati i ricercatori svedesi a chiamarla Jedek sulla base di alcuni termini usati comunemente nella lingua. Ma lo Jedek non è una lingua morta: è ancora usata da tutta la popolazione e la parlano anche i bambini e la comunità la costodisce come parte essenziale della sua identità e della sua cultura pacifista e senza proprietà privata, leggi, capi e “tribunali” .

Yager  è convina che, a differenza di altre lingue, lo jdek non è destinato ad estinguersi presto: »È sempre stato un linguaggio molto piccolo … perché i gruppi sono stati piccoli e abbastanza mobili. I bambini imparano ancora la lingua, in che è davvero una gran cosa per la sopravvivenza in futuro della lingua»

Lo Jedek non è l’unica lingua scoperta negli ultimi anni. Nel 2008, i ricercatori hanno scoperto  nello Stato indiano dell’Arunachal Pradesh 800 persone che parlano di una lingua tibeto-birmana sconosciuta chiamata Koro che era sfuggita al censimento indiano e ai ricercatori e linguist. .

Nel  2013, i linguisti hanno scoperto che in Australi  350 persone che vivono nella remota località di Lajamanu parlano una lingua che chiamano Light Warlpiri, un mix di inglese e due dialetti aborigeni locali. Il Light Warlpiri è una neo-lingua, visto che è un’evoluzione recente e che la maggioranza di chi la parla ha meno di 40 anni, il che significa che si è sviluppata negli ultimi decenni, quando i lavoratori della comunità aborigena sono entrati  maggiormente in contatto con i loro colleghi “bianchi” che lavorano nei ranch, imparando così nuove parole che hanno a loro volta insegnato ai loro familiari, creando la nuova lingua.

Nel 2013, i ricercatori dell’Università di Hawai’i hanno annunciato di aver identificato una lingua dei segni indigena , risalente al 1800, che diversa dalla lingua dei segni americana.

 

Il inguista statunitense David Harrison  ha detto alla NPR: «Ci sono più di 7000 lingue nel mondo, e quasi la metà di esse è in pericolo, probabilmente destinata a estinguersi nel corso della nostra vita, infatti ne scompare una ogni due settimane. Quando le lingue muoiono, portano con sé una grande quantità di conoscenze umane: da come ricavare medicine dalle piante a come sopravvivere in ambienti difficili,  miti della creazione e storie personali. Le persone apprezzano davvero le loro lingue e la decisione di abbandonare una lingua o di passare a un’altra lingua di solito non è una decisione libera, è spesso forzata dalla politica, dalle forze del mercato, dal sistema educativo in un Paese, da un gruppo più ampio e dominante che dice loro che la loro lingua è arretrata, obsoleta e senza valore».

Il pacifico popolo di anarco/comunisti malesi sembra immune a tutte queste pressioni, pur avendole sperimentate tutte.

 

Videogallery

  • Unknown language discovered in Southeast Asia

https://youtu.be/2q_UCFS_7a8

Fonte: www.greenreport.it 

 

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