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Morte cerebrale e NDE, la scienza si interroga

Cosa significa morire? Per la nostra cultura e per la moderna scienza medica, si muore quando il cervello si spegne: la morte cerebrale, o meglio, la morte per criteri neurologici (DNC- Death by Neurological Criteria-  la sigla inglese) viene comunemente considerata come la fine dell’esistenza umana. Eppure, i medici ancora non sono d’accordo su quali siano, esattamente, questi criteri.

Rianimatori ed esperti del settore ne hanno discusso di recente in un congresso- “Euroanaesthesia”- che si è svolto all’inizio di giugno nella città svizzera di Ginevra. Tra loro, anche il professor Giuseppe Citerio, docente all’Università Milano Bicocca, specializzato in anestesia e terapia intensiva. “Molte delle controversie che riguardano la determinazione della morte sulla base della DNC non sono state risolte e questo convegno presenta un’ opportunità per future ricerche volte a chiarire le problematiche in sospeso allo scopo di ridurre i turbamenti professionali e pubblici”, ha detto.

Il punto in questione, centrale, è come stabilire in modo inequivocabile la morte cerebrale, ovvero come dimostrare che il cervello abbia veramente smesso di funzionare. Diverse Nazioni adottano infatti metodi sensibilmente differenti. Ad esempio, c’è chi valuta l’intero cervello, chi invece il tronco encefalico, formato da tre parti: il mesencefalo, la protuberanza anulare (o pons) e il midollo allungato. Di norma, si dichiara la morte in assenza dei riflessi del tronco encefalico: il paziente non respira da solo, ha le pupille dilatate e non chiude più le palpebre.

Alcuni Paesi però- inclusa l’Italia-  richiedono un ulteriore esame, una scansione del cervello, al fine di evidenziare la presenza di attività elettrica: solo se non viene registrata, i medici possono dichiarare la morte del soggetto in cura. Ma di recente è emerso un elemento imprevisto: un’equipe di terapia intensiva di un ospedale canadese ha rilevato un’attività cerebrale a morte- ufficialmente- avvenuta. I pazienti non avevano più polso, le pupille non erano reattive eppure la scansione ha mostrato, per circa 10 minuti,  un’attività paragonabile a quella di un cervello nella fase di sonno. Quindi, i pazienti erano comunque morti oppure avevano ancora una forma di coscienza?

IL CERVELLO HA UN'ATTIVITA' ELETTRICA

IL CERVELLO HA UN’ATTIVITA’ ELETTRICA

Per la maggior parte dei medici, quando si fermano il respiro, la circolazione sanguigna e le funzioni cerebrali, smette di esistere anche la coscienza: si spegne il corpo e insieme ad esso anche la consapevolezza di sé. Insomma, tutto finisce. Ma sono sempre più numerose le voci di dissenso all’interno della comunità scientifica, alla luce di ricerche, di indagini e di testimonianze che sembrano invece mettere in dubbio questo connubio morte cerebrale-fine della coscienza. Le esperienze di premorte- convenzionalmente indicate con l’acronimo inglese NDE- aprono a nuove riflessioni. Un tema trattato, qualche giorno fa, dal terzo congresso sulle NDE organizzato da Spazio Tesla al Castello di Zena, nel piacentino.

A discutere della “coscienza intuitiva extraneuronale” c’erano anche dei medici, come l’anestesista francese Jean Jacques Charbonier e il dottor Davide Vaccarin, che su questo argomento ha scritto la tesi di laurea e un libro, “NDE, visioni premorte– il confine tra scienza e ignoto”. Vaccarin è convinto che i racconti di chi dice di aver vissuto queste esperienze incredibili, da lui raccolti nel corso negli anni, non siano frutto di allucinazioni di un cervello in sofferenza. Durante il convegno, è stato anche mostrato un estratto del documentario realizzato dalla videomaker Lara Peviani sulla fenomenologia delle NDE, testimoniate in prima persona dai protagonisti.

IL TUNNEL DI LUCE TIPICO DELLE NDE

IL TUNNEL DI LUCE TIPICO DELLE NDE

Come ad esempio la signora Grazia, oggi pensionata, che all’età di 26 anni è rimasta in coma per 7 giorni in seguito ad una brutta caduta da cavallo. “Vedevo il mio corpo sul letto, sapevo che era il mio corpo, e provavo una sensazione meravigliosa di libertà. Dondolavo sul soffitto e da lì vedevo medici e infermieri attorno a me. Non solo potevo sentire i loro discorsi, ma riuscivo anche a leggere nelle loro menti e mi sembrava del tutto normale. Così come potevo vedere il giardino dell’ospedale attraverso la parete: i miei sensi erano dilatati, diversi.

Poi all’improvviso la stanza è sparita e mi sono ritrovata in un tunnel nel quale volavo, a grande velocità. Poi ho trovato la luce, difficilmente spiegabile con parole umane: pullulava di vita e di energia. Piano piano, dolcemente, questa luce ha iniziato ad abbracciarmi e mi è entrata dentro. E più entrava, più percepivo questo enorme amoreche mi pervadeva. Ero ovunque, non c’era più tempo o luogo. Ad un certo punto, ho avuto la consapevolezza che non potevo restare. Ho provato un dolore terribile. Poi ricordo di essermi svegliata, soffrivo molto e ho capito che ero rientrata nel mio corpo. E ho iniziato a piangere.”

LA MORTE: FINE DI TUTTO O INIZIO?

LA MORTE: FINE DI TUTTO O INIZIO?

Grazia come Valeria, Luciano o Davide: tutti con un’esperienza eccezionale da raccontare, finalmente, senza più paura di essere giudicati pazzi, ora che anche gli addetti ai lavori stanno incominciando a prendere sul serio le loro testimonianze e a porsi degli interrogativi. Senza ancora risposte definitive o conclusive, ma con l’umiltà di provare a capire cosa accade davvero quando il cuore si ferma e il cervello smette di funzionare. Noi non ci siamo più o siamo semplicemente altrove?

SABRINA PIERAGOSTINI

Fonte: www.extremamente.it

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